• racconti

    Casa mia

    Sì, sono sicura. Voglio entrare da sola.  Non preoccuparti mamma, ce la faccio. Sono stanca, fammi entrare dai, così mi metto a letto, ancora non riesco a camminare bene.  Va bene, dice mia madre, per niente convinta. Sa bene che ho la testa più dura del marmo e che difficilmente mi smuovo dalle mie posizioni. Non è che volessi entrare da sola. Ma dovevo.  Dovevo perché quella era casa nostra e adesso è casa mia. Perché io dovevo sentire il silenzio e abituarmi. Abituarmi al fatto che non ci saranno più due risate a rimbombare fra i muri di carton gesso, non ci sarà più il posto destro del divano…

  • racconti

    Ombre d’estate

    Si fatica a camminare sulla terra molle del campo arato, meglio che mi sieda ad aspettare un po’ qui all’ombra. I due grandi alberi di fico si intrecciano nel cielo azzurro proiettando un grande ombrello nero nel bel mezzo di questa striscia d’argilla, che pare una crosta rappresa in mezzo ai campi di girasoli sfioriti. La scala è ancora appoggiata al ramo, la cesta piena di frutti è qui accanto a me. Non capisco questa tua fissazione di voler cogliere i fichi a mezzogiorno, quando il sole è tanto bollente: dici che sono più dolci, che, gonfi di zucchero, per il caldo si spaccano, ma io non ci credo. Quando…

  • editoriale

    Editoriale novembre

    La sindrome di Parigi ha una sintomatologia molto simile [stupori e svenimenti] alla sindrome di Stendhal, ma ha cause completamente opposte. È una sorta di delusione che colpisce i turisti, per lo più giapponesi, nel vedere la capitale francese. Pare che possa portare a una sorta di stato depressivo.  La signora settantenne seduta accanto a me sull’aereo non smette di sciorinare i suoi saperi. Non so se, questo suo blaterare, sia dovuto a una sua consuetudine o sia un modo per alleviare la paura di volare. Vorrei solo smettesse. Non ne avevi mai sentito parlare? No. È la prima volta a Parigi? No.  I miei monosillabi non la intimidiscono. Lei…

  • racconti

    Ro’eh

    Non ero morto, almeno così credevo. Ero sdraiato – il mio corpo lo era – nella solitudine di quei giorni, fatta di medici, infermieri e pochi familiari. Una solitudine che poteva essere tale solo in quel luogo e in nessun altro.  Sentivo le parole provenire da lontano, come latrati di cani che si chiamano da un capo all’altro della città. I suoni arrivavano alle mie orecchie dopo aver attraversato più strati d’acqua: vivevo immerso in profondità marine; non ero in apnea però, riuscivo a respirare benissimo. I miei sensi continuavano a funzionare, ma non nel loro elemento naturale. Era, quello, uno stato privo di tempo, o meglio, senza presente. Durante…

  • racconti

    Sirene

    Carissima Eleonora, sono io, Flavia Ferrari. Ci siamo incontrate per la prima volta l’altra sera, ma è da anni che ti seguo sui social. Non credo di esagerare se dico che sono la tua fan numero uno. Faccio il tifo per te dai tempi dei primi tutorial su Youtube – mi faccio ancora lo chignon con la tecnica che spieghi in “Acconciature easy per tutte le occasioni” – e non mi sono persa nemmeno un passo del tuo percorso di vita come blogger e come influencer.  Non puoi immaginare quanto mi addolori il malinteso che ci è capitato.  Prima di darti la mia versione dei fatti, lascia però che cerchi…

  • racconti

    Viola

    Sono passati dieci mesi, o quasi, e non riesco a farci l’abitudine. Forse perché è aprile, le giornate sono più lunghe e il sole, alto, emana una luce che toglie quasi la vista. Così, penso di continuo a quanto sia strano. Senza alcun dubbio è l’evento più strano che mi sia capitato nella vita. Che poi, strano lo è, tuttora, solo per me. Sembra che tutti si siano abituati: nessuno più guarda in alto, nessuno si chiede come sia successo. Solo io, come un idiota, rimango ogni volta a guardarlo stralunato e mi chiedo come sia stato possibile, se tornerà tutto come prima o rimarrà così in eterno. Quando lo…

  • editoriale

    Editoriale ottobre

    Qualche settimana fa mi sono imbattuta in una frase che non sono riuscita a scrollarmi di dosso.  Certo, capita spesso di leggere frasi belle che restano nella mente e che magari faccio lo sforzo di appuntare su un taccuino o su fogliacci volanti che finiranno nel chissà dov’è del mio personale disordine.  L’universo è scritto in lingua matematica. È una frase semplice. Ha l’unica pretesa di essere stata scritta da Galileo Galilei.  [Forse anche di asserire quella che per i matematici è una verità. Anzi no, la Verità.] Lì per lì non ci ho fatto molto caso, ma poi ha preso a ronzarmi in testa come una fastidiosa zanzara. Voleva…

  • storiviste

    C’era una volta – Ada Brucia. Storia di un amore minuscolo

    C’era una volta,in un afoso pomeriggio di metà settembre, una donna che aveva tutta l’aria di essersi smarrita. Nonostante avesse seguito tutte le indicazioni: “dopo un piccolo boschetto di querce, si aprirà, davanti a te, una radura, io sarò lì ad attenderti”, lei era riuscita a sbagliare strada più e più volte. Se i fratelli Grimm avessero voluto descrivere la scena di me che vago da un quarto d’ora alla ricerca di un parco giochi, in una città a me sconosciuta nel cuore dell’Italia e che sa tanto di fiaba, di sicuro questo sarebbe stato il loro incipit.[E dopo tanto peregrinar…] Finalmente la vedo: una piccola area chiusa su tre…

  • eventi

    PLAY – Passaggio. Firenze RiVista

    Inserisco la cassetta nello stereo e premo play. Ascolto in silenzio. Lato A e lato B. L’ultima canzone suona così: Tell me whyAin’t nothin’ but a heartacheTell me whyAin’t nothin’ but a mistakeTell me whyI never wanna hear you sayI want it that way Questo racconto inizia dalla fine.  Dalla fine di Firenze RiVista. Sul palco de Le Murate, per l’ultimo incontro, Gabriele Merlini de L’indiscreto, Adriano Pugno di Tropismi, Lorenzo Fantoni di N3rdcore, Viola Valéry di In fuga dalla bocciofila e la scrittrice e comica Lavinia Ferrone hanno conversato su cinema, musica e, a tratti, politica, degli anni zero. Mi pareva il salotto del Maurizio Costanzo Show con gli…

  • racconti

    Cannella

    Indice e pollice cercano invano la lametta, un contatto precluso dalla carta velina che struscia tra i polpastrelli con un fruscio simile al lamento delle foglie secche sotto le suole di scarpe. Il ricordo delle camminate al parco riemerge immediato dalla memoria: la mamma che vagava a elemosinare uno spicciolo, noi che la seguivamo qualche passo indietro quasi fossimo annodate ai suoi fianchi da una corda intessuta di fili invisibili. Agata stringeva la mia coscia nuda, lo sguardo rivolto alle cime degli abeti che si stagliavano su nubi mercurio, la consapevolezza di essere anche lei come una pianta nata nel sottobosco melmoso di una città senz’anima, un germoglio impaziente di…