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    Giardino segreto

    La camera ardente è piena di fiori. Non si negano a nessuno, la morte reclama rispetto, a prescindere dalla vita che è stata. E non si nega a nessuno un ultimo saluto. Eccoci allora, parenti, amici, conoscenti. Siamo così tanti che mi terrorizza l’idea di non riuscire a cogliere l’attimo. Poi lo trovo. L’impresario funebre chiede con gentilezza ai presenti di lasciare la sala entro dieci minuti. L’ultimo a uscire è mio marito con in braccio la nostra bimba; mentre chiude la porta mi guarda e mi fa un cenno di assenso. Lui è l’unico che sa. Lo sento rimanere appena fuori, a guardia, e unirsi al brusio soffocato dei…

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    Il carillon

    Ho le mie abitudini. Non voglio chiamarle manie, perché è un termine che non mi piace, sa di manicomio e rotelle mancanti. La mia testa funziona benissimo, soltanto che sono piuttosto scaramantico e mi affeziono troppo alle cose. Agli abiti, per esempio: a questo impermeabile, a questo cappello. Mi sono affezionato anche a questa panchina. Se la trovo occupata mi innervosisco ed evito di sedermi su qualche altra libera. Vedo tutto il viale da qui, la gente che passeggia; c’è la fontanella vicino, e quest’albero che gli fa ombra è il più bello del parco, anche se oggi pomeriggio non c’è bisogno di nessuna ombra e fa addirittura un po’…

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    Rumori di fondo

    Ogni tanto mi sto sui coglioni. Succede a tutti, anche se io, per la maggior parte del tempo, sono molto indulgente con me stesso. Quando faccio qualche cazzata sono sempre pronto a inventare una scusante. Ma a volte non ci riesco.  A volte capita che sia stanco, non preparato o che quello che ho combinato sia particolarmente grave e mi dico:  – Max, questa volta hai veramente fatto una cazzata, sei proprio un coglione. Quando capita, mi piace pronunciare la frase urlando come se litigassi con qualcuno.  Molto soddisfacente.  Resisto alla tentazione di gesti autolesionisti. I tagli e i lividi devono essere giustificati, sono evidenti, rimangono nel tempo. Magari un…

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    La colpa

    È il momento dei regali dei grandi.  Noi abbiamo già aperto stamattina quelli sotto l’albero e poco fa abbiamo scartato quelli dei nonni, degli zii e, ovviamente, quello della prozia Edwige.  Quest’anno siamo venuti al ristorante. Mamma ha detto che nessuno aveva voglia di invitare tutti a casa per il pranzo di Natale. È da questa estate che Nonna Laura e nonno Gianni hanno portato la prozia Edwige a vivere con loro e la tavernetta è diventata il suo appartamento e quindi niente ritrovo nella loro sala al piano interrato per le feste. Peccato, a me piaceva.  Nessuno degli zii ha avuto un’altra idea: il soggiorno di zio Daniele è…

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    Apolide

    Osservo per un attimo la stanza: è grande e luminosa. Ci sono alte pareti a vetri e il pavimento in parquet, e tavoli in legno chiaro dai contorni rossi. Sembra un ristorante, ma non faccio in tempo a fissare l’idea che sento suonare la sveglia. La spengo, sono le sei ed è ancora buio: continuo ad alzarmi alle sei, anche se non ho più un lavoro. Non mangio, mi vesto come se fossi un Peter Pan che si toglie l’ombra e se la rimette. Cerco di fare piano per non svegliare Elisabetta, lei ormai è abituata a dormire fino alle sette, quando deve chiamare le bambine, preparare la colazione, farle…

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    La soffitta

    Camminavo sulla riva della Senna. Eri distratta – mi disse poi -, toccavi il dorso dei libri impolverati sui banchi dei robivecchi, sistemavi una ciocca di capelli sfuggita al cappellino e ti fermavi a guardare dal parapetto cosa ci fosse giù. Non c’eri per nessuno, solo per te.  Lui seguiva il mio profilo con le dita sporche di viola e di blu, la pelle che odorava di acquaragia mentre lo baciavo. Eravamo già nella soffitta. Eravamo già Anne e Lucienne. Cacciata dalla casa del padre, dalle preghiere, dal collegio e dalle ragazze per bene. Era accaduto in fretta: la lite furibonda, lo schiaffo, la maledizione di mia madre. Rimaneva una…

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    Peccati veniali

    Credo di essere diventata una donna noiosa.  Per colpa della mancanza di tempo, ho nutrito una vocazione per l’indifferenza: l’attuale triste capitolo della mia vita. L’iniziazione venne sancita quando fui assunta a tempo indeterminato con un ruolo di responsabilità. Un’occasione che avevo atteso e che accolsi oltremodo come una conquista più unica che rara. Prima di questo lavoro, lamentavo una certa inquietudine: mi sentivo come un cane smarrito e, anche se pensavo di averci guadagnato, non mi rendevo ancora conto di quanto quell’occupazione avesse paralizzato tutto il resto attorno a me e che mi stavo trasformando in qualcos’altro. Quel giorno, quando m’imbattei nel signor Ettore, avevo gli occhi spiritati e,…

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    Interruzione

     Accarezzati, accudisci la bambina che è in te, perdonala. Sono le cinque di sabato mattina, sono seduta sul divano della mia cucina e osservo. I piatti della cena di ieri sera ancora sporchi nel lavandino, il computer in stand by, la mia giacca a vento lanciata d’istinto su una sedia, appena varcata la porta di ingresso. Amo la mia casa. Ogni dettaglio è stato scelto con cura, ogni cosa è al suo posto, il posto che ho reputato giusto. Quando ho deciso di prendere in affitto questo appartamento mio padre non era d’accordo perché l’affitto ha sempre rappresentato per lui uno spreco economico rispetto a un mutuo. Mia madre non…

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    La scacchiera

    All’improvviso vidi scivolare una cosa dallo zaino del tizio che mi precedeva: cazzo! Ci mancava solo questa, io ero già in ritardo! L’uomo sembrava, a tutti gli effetti, divincolarsi in quello che mia madre diceva essere un vero e proprio porto di mare. L’aeroporto mi era sempre piaciuto, fiumi umani di partenze e di arrivi confluivano nello stesso spazio vitale e tutto diventava distrazione e confusione, puro dinamismo, rumore assordante che richiamava la vita.  – Scusi le è caduto questo! – dissi con voce troppo bassa per farmi sentire dall’uomo di spalle che a passo spedito continuava per la sua strada. – Le è caduta la scacchiera! –  gli dissi…

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    Diecimila passi

    Hanno detto alla televisione che per restare in forma bisognerebbe fare almeno diecimila passi al giorno. Forse dovrei cominciare a contarli, penso, e butto giù l’ultimo sorso di caffè. Il rumore ferroso del chiavistello mi fa scattare in piedi. Non è un’idea malvagia, mi dico ancora, basterà segnare una tacca sulle scarpe ogni cento passi.  Un saluto frettoloso e la porta viene richiusa alle nostre spalle. Seguo questo ragazzotto che potrebbe essere mio nipote. Sbadiglia e si stropiccia gli occhi. Beata gioventù, mi ritrovo a pensare. È lunedì: è il giorno dell’acqua, esclama quando finalmente arriviamo in magazzino. Il mio compito, insieme ad altre due persone, fino a pomeriggio inoltrato,…