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    Il Pedaggio

    I quattordici anni avevano il sapore di frizzy pazzy, mentolo e saliva. C’era Tessa, per esempio, che millantava mani sotto la maglia e reggiseni slacciati; il suo fisico da acciuga pigiato contro il busto puberale di chissà chi nei bagni al primo piano del liceo. Annina aveva lasciato su un colletto il segno delle sue labbra, la traccia scintillante del gloss alla ciliegia. Mimì, la più coraggiosa di noi, non s’era nemmeno nascosta: l’avevamo vista all’uscita di scuola, fronte contro fronte a un ragazzetto biondo della classe davanti la nostra. Anche Leti, la mia migliore amica, si era portata in bagno un ragazzo, addirittura più grande, e aveva lasciato la…

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    Congelatore, termos e altre cose

    Prima di andare in vacanza mia madre sbrinava il congelatore. Svuotava anche il frigorifero, non doveva restare nemmeno un panetto di burro nel frigorifero, ma quando lo faceva quasi non ce ne accorgevamo. Per consumare tutto il cibo ed eliminare ogni traccia di ghiaccio, invece, ci volevano giorni, notti, settimane intere, e quando ce ne andavamo a dormire lei era sempre lì, a raschiare, in ginocchio, con uno straccio in mano e una bacinella tra le gambe. Le maniche arrotolate, le ciabatte bagnate. Dobbiamo mangiare tutto quello che c’è qui dentro, diceva, mentre un coniglio scuoiato gocciolava sul lavandino.  Me ne stavo sulla sedia a guardarla mentre infilava il braccio…

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    centro commerciale

    Scrivo nelle ore di luce e nei punti silenziosi della casa. Mi sveglio a intervalli regolari nella notte: riconsidero le scene, nella testa le stravolgo. Sul letto appunto le modifiche tra una sveglia del cellulare e l’altra. La storia sovrasta i discorsi del mattino, oscura la vita intorno. Nelle fasi più impegnative, la scrittura rende spettri.  Riparto o non riparto?, sono tormentato.  Voglio casa mia perché non so scrivere altrove, mia madre ne è mortificata. Tutto trama contro adesso, anche il modem: s’è spento e non s’accende più.  Riparto o non riparto?, sono dilaniato.  Mamma non demorde. Una luminescenza abbaglia il cielo come un presagio indecifrabile: è in quel momento…

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    Argilla

    Ai bambini che raggiungono il sesto mese di vita si ha l’abitudine, fra la mia gente, di tagliare le gambe, all’incirca a metà coscia. È il capo delle guardie che si occupa di amputarci. Non è un grande dramma, siamo tutti senza gambe e nessuno qui – giovani, donne, vecchi – percepisce questa tradizione come una cruenta mutilazione. Solo le guardie hanno gli arti integri. Non sono come noi: altra specie, altri attributi, altro ruolo. Loro camminano, noi ci trasciniamo. Loro possono vedere oltre il muro, eppure non ne sembrano affatto felici. Scorrazzano nel villaggio, sui torrioni, fra le passatoie della muraglia. Sono taciturni. La nostra unica occupazione da mattino…

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    Come una pecora

    Il tessuto si appiccica alla pelle, insisto, sale ma di poco. Inizio a respirare forte, mi sento un ippopotamo in mezzo allo spogliatoio, i vestiti flosci di sconosciute appesi tutt’intorno. Mi fanno venire in mente i conigli che mio zio scuoiava prima di cucinarli.  Io in una piscina non ci sono mai entrata, e sì che spesso toccava a me sorvegliare gli alunni nell’ora di nuoto. Li portavamo alla piscina comunale con il pulmino della scuola, una scatola di latta che si gonfiava di urla. C’era sempre qualcuno che piangeva. Sono quasi tutti secchi i ragazzini a quell’età, dei mucchietti di ossa tenuti insieme male. Li guardavo che si tuffavano,…

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    Suicidio di D.

    Nel febbraio scorso, D. rimase chiuso nel suo vecchio appartamento per cinque giorni senza né mobili né gas né corrente, in uno stato d’isolamento totale. Sei mesi dopo, appena compiuti i quarant’anni, si tolse la vita. Non ci fu nessun evento tale da giustificare una simile decisione, anzi: stando al parere della compagna Michela sembrava uno dei periodi “più felici dell’intera relazione”; e difatti fu lei, non capacitandosi del suicidio, a richiedere un’indagine poliziesca, la quale acclarò che “senza ombra di dubbio” (così l’ispettore) D. s’era ammazzato: era stato lui a comprare la corda – lo documentano le telecamere del negozio di bricolage del quale era cliente da anni –,…

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    di guerra, carne e amore

    “E così lasciava delle tracce verbali che indicavano […] la strada”Europeana, Patrik Ourednik Era dove il cielo scendeva. Un punto prima, una linea mossa poi. Hanno questa abitudine di confondersi i punti e le linee. Per non parlare delle nuvole, buone a diventare forme bislacche, come le tavole con le quali gli psicologi ti dicono se vuoi andare per davvero a letto con tua madre, oppure se lo dici solo per ridere in classe, per riempire il tempo.Quel giovedì, mio padre decise di rivelarmi la ragione dei micro-movimenti delle sue labbra. Deve aver pensato che mi mancavano 73 giorni al diciottesimo compleanno ed ero grande abbastanza per capire. Rincasò dal…

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    Camille

    Luce. Ombra. Luce. Ombra. I globi sul soffitto si alternano ritmici, come i tasti avorio ed ebano che si avvicendavano sul pianoforte di Claude Debussy. Se i miei polmoni non sibilassero a ogni respiro e l’eco dei lamenti convulsi smettesse per un attimo di propagarsi nell’aria stantia del manicomio, potrei ancora sentire le prime note di quel brano dall’andamento trasognato. Inumidisco le labbra e provo a intonarlo, ma dalla bocca non fuoriesce che un rantolo. Ansimo per lo sforzo, e il lezzo di ammoniaca mi raggiunge prima che la pelle si inzuppi di urine e le piaghe tornino a mordermi la carne. Luce. Strizzo le palpebre sottili e vedo me…

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    Tanga, diamanti, Andromeda

    “Caught in your eyes, stacks of lights Come streaming back, make it for the best times Growing pains, good times”. “Andromeda”, Gorillaz. Dicono che Andromeda sia una costellazione a forma di “A”, allungata, debole, deforme. Una lettera che racchiude miliardi di stelle esauste, un monogramma luccicante, i loro gemiti a bocca dischiusa quando esalano – An-dro-me-da! –, prolungando pateticamente l’ultima sillaba. Anche i loro orgasmi sono allungati, deboli, deformi.  Io nemmeno mi chiamo Andromeda. Non gli dirò il mio vero nome, che si fottano. Qualcuno è tanto stupido da crederci, altri ci provano, – dai bella, come ti chiami davvero? – , e io rispondo sempre – guarda in cielo,…

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    Cloe

    Corro a ripararmi sotto al portone di un palazzo. Mentre qualche passante viene a farmi compagnia, tiro fuori le sigarette dalla tasca dell’impermeabile e ne porto una alle labbra. La accendo, soffio, ripongo l’accendino in tasca: tutti i piccoli atti del mio suicidio petroniano si compiono alla maniera di sempre. Guardo la scaglia lavica che brilla in fondo alla sigaretta. Amo le combustioni; potrei contemplare per ore un pezzo di legno che si consuma in un camino. Invece detesto poche cose quanto la sensazione di bagnato.  Non sopporto il fatto che la gente si ostini ad associarlo al pulito. Soltanto quando ci si libera di tutte le gocce e l’umidità,…