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    Le mani

    Le mani prima del gesto. Le unghie smaltate del colore della crema di marroni. Cesellate a filo di dito. Il pollice e l’indice, lunghi una danza, affusolano la cartina. Calano il sipario.  Se la guardo in copertina, sul frontespizio del volto trovo subito il tocco inferto dalla biologia alla sua natura: due sopracciglia folte, rigide nei contorni del ritratto che è lei stessa anche da fuori. Nelle foto su Instagram è sempre un’ombra, una sagoma dietro un’opera d’arte con cui non si misura. Secondo la mia ragazza è persino una dea.  – Io? Quanti me ne daresti? e fuma, sospira e i denti sono il pettine con cui sfoltisce l’accento…

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    Invidia

    La sua stanza era quella in fondo al corridoio, vicina alle porte d’emergenza. In quello spazio non era permesso fumare, ma lo facevano tutti, e lei più degli altri. Usciva dalla camera in tuta blu, spingeva la sedia a ruote con un braccio solo mentre l’altra mano era impegnata a reggere la sigaretta. Parlava molto, anche quando fumava. Raccontava di sé, della sua vita professionale – era infermiera –, di un fidanzato di cui non faceva mai il nome, della sua cicatrice. Con quella voce carezzevole e i gesti gentili si era guadagnata una buona reputazione nell’intero primo piano. Si lavava i capelli biondo rame un giorno sì e uno…

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    Cose che non so

    Papà è un tipo strano. O almeno così dicono qua, io non ci avevo mai pensato. Qua, alla centrale, dicono che non si fanno queste cose, dicono a sottovoce che i pazzi le fanno, queste cose.  – Papà ha sempre avuto un sacco di mappe – gli dico.  Ed è vero, le ha sempre avute, e ci ha sempre portato a vedere cose di questo tipo, che piacciono a lui. Burroni, scogliere, pozzi. Li vedevamo, e basta. A volte facevamo picnic vicino. E papà raccontava delle cose su questi posti. Non erano belle storie, ma erano storie. Cerco di spiegarlo, al poliziotto, alla signora gentile che mi ha messo la…

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    La fune

    Patrizio fruga nello zaino da trekking con un ghigno sulla faccia. Dovevo capire che aveva in mente qualcosa quando ho visto che portava una sacca così grande, ma sapevo che mi avrebbe dato una risposta evasiva e che io non avrei insistito, per cui ho lasciato perdere. Vorrei soltanto ondeggiare nell’oblio della corrente e nel ronzio delle libellule che sfregano appena il pelo dell’acqua, e invece l’orecchio e l’occhio sinistro tendono verso Patrizio, e lo vedo, la pelle abbronzata, i capelli paglierini che spuntano dal cappello, gli occhi fervidi, che estrae qualcosa dallo zaino. Non ha caldo? Come fa a non venirgli voglia di tuffarsi, e perché io non gli…

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    Il Pedaggio

    I quattordici anni avevano il sapore di frizzy pazzy, mentolo e saliva. C’era Tessa, per esempio, che millantava mani sotto la maglia e reggiseni slacciati; il suo fisico da acciuga pigiato contro il busto puberale di chissà chi nei bagni al primo piano del liceo. Annina aveva lasciato su un colletto il segno delle sue labbra, la traccia scintillante del gloss alla ciliegia. Mimì, la più coraggiosa di noi, non s’era nemmeno nascosta: l’avevamo vista all’uscita di scuola, fronte contro fronte a un ragazzetto biondo della classe davanti la nostra. Anche Leti, la mia migliore amica, si era portata in bagno un ragazzo, addirittura più grande, e aveva lasciato la…

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    Congelatore, termos e altre cose

    Prima di andare in vacanza mia madre sbrinava il congelatore. Svuotava anche il frigorifero, non doveva restare nemmeno un panetto di burro nel frigorifero, ma quando lo faceva quasi non ce ne accorgevamo. Per consumare tutto il cibo ed eliminare ogni traccia di ghiaccio, invece, ci volevano giorni, notti, settimane intere, e quando ce ne andavamo a dormire lei era sempre lì, a raschiare, in ginocchio, con uno straccio in mano e una bacinella tra le gambe. Le maniche arrotolate, le ciabatte bagnate. Dobbiamo mangiare tutto quello che c’è qui dentro, diceva, mentre un coniglio scuoiato gocciolava sul lavandino.  Me ne stavo sulla sedia a guardarla mentre infilava il braccio…

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    centro commerciale

    Scrivo nelle ore di luce e nei punti silenziosi della casa. Mi sveglio a intervalli regolari nella notte: riconsidero le scene, nella testa le stravolgo. Sul letto appunto le modifiche tra una sveglia del cellulare e l’altra. La storia sovrasta i discorsi del mattino, oscura la vita intorno. Nelle fasi più impegnative, la scrittura rende spettri.  Riparto o non riparto?, sono tormentato.  Voglio casa mia perché non so scrivere altrove, mia madre ne è mortificata. Tutto trama contro adesso, anche il modem: s’è spento e non s’accende più.  Riparto o non riparto?, sono dilaniato.  Mamma non demorde. Una luminescenza abbaglia il cielo come un presagio indecifrabile: è in quel momento…

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    Argilla

    Ai bambini che raggiungono il sesto mese di vita si ha l’abitudine, fra la mia gente, di tagliare le gambe, all’incirca a metà coscia. È il capo delle guardie che si occupa di amputarci. Non è un grande dramma, siamo tutti senza gambe e nessuno qui – giovani, donne, vecchi – percepisce questa tradizione come una cruenta mutilazione. Solo le guardie hanno gli arti integri. Non sono come noi: altra specie, altri attributi, altro ruolo. Loro camminano, noi ci trasciniamo. Loro possono vedere oltre il muro, eppure non ne sembrano affatto felici. Scorrazzano nel villaggio, sui torrioni, fra le passatoie della muraglia. Sono taciturni. La nostra unica occupazione da mattino…

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    Come una pecora

    Il tessuto si appiccica alla pelle, insisto, sale ma di poco. Inizio a respirare forte, mi sento un ippopotamo in mezzo allo spogliatoio, i vestiti flosci di sconosciute appesi tutt’intorno. Mi fanno venire in mente i conigli che mio zio scuoiava prima di cucinarli.  Io in una piscina non ci sono mai entrata, e sì che spesso toccava a me sorvegliare gli alunni nell’ora di nuoto. Li portavamo alla piscina comunale con il pulmino della scuola, una scatola di latta che si gonfiava di urla. C’era sempre qualcuno che piangeva. Sono quasi tutti secchi i ragazzini a quell’età, dei mucchietti di ossa tenuti insieme male. Li guardavo che si tuffavano,…

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    Suicidio di D.

    Nel febbraio scorso, D. rimase chiuso nel suo vecchio appartamento per cinque giorni senza né mobili né gas né corrente, in uno stato d’isolamento totale. Sei mesi dopo, appena compiuti i quarant’anni, si tolse la vita. Non ci fu nessun evento tale da giustificare una simile decisione, anzi: stando al parere della compagna Michela sembrava uno dei periodi “più felici dell’intera relazione”; e difatti fu lei, non capacitandosi del suicidio, a richiedere un’indagine poliziesca, la quale acclarò che “senza ombra di dubbio” (così l’ispettore) D. s’era ammazzato: era stato lui a comprare la corda – lo documentano le telecamere del negozio di bricolage del quale era cliente da anni –,…