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    Sirene

    Carissima Eleonora, sono io, Flavia Ferrari. Ci siamo incontrate per la prima volta l’altra sera, ma è da anni che ti seguo sui social. Non credo di esagerare se dico che sono la tua fan numero uno. Faccio il tifo per te dai tempi dei primi tutorial su Youtube – mi faccio ancora lo chignon con la tecnica che spieghi in “Acconciature easy per tutte le occasioni” – e non mi sono persa nemmeno un passo del tuo percorso di vita come blogger e come influencer.  Non puoi immaginare quanto mi addolori il malinteso che ci è capitato.  Prima di darti la mia versione dei fatti, lascia però che cerchi…

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    Viola

    Sono passati dieci mesi, o quasi, e non riesco a farci l’abitudine. Forse perché è aprile, le giornate sono più lunghe e il sole, alto, emana una luce che toglie quasi la vista. Così, penso di continuo a quanto sia strano. Senza alcun dubbio è l’evento più strano che mi sia capitato nella vita. Che poi, strano lo è, tuttora, solo per me. Sembra che tutti si siano abituati: nessuno più guarda in alto, nessuno si chiede come sia successo. Solo io, come un idiota, rimango ogni volta a guardarlo stralunato e mi chiedo come sia stato possibile, se tornerà tutto come prima o rimarrà così in eterno. Quando lo…

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    Cannella

    Indice e pollice cercano invano la lametta, un contatto precluso dalla carta velina che struscia tra i polpastrelli con un fruscio simile al lamento delle foglie secche sotto le suole di scarpe. Il ricordo delle camminate al parco riemerge immediato dalla memoria: la mamma che vagava a elemosinare uno spicciolo, noi che la seguivamo qualche passo indietro quasi fossimo annodate ai suoi fianchi da una corda intessuta di fili invisibili. Agata stringeva la mia coscia nuda, lo sguardo rivolto alle cime degli abeti che si stagliavano su nubi mercurio, la consapevolezza di essere anche lei come una pianta nata nel sottobosco melmoso di una città senz’anima, un germoglio impaziente di…

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    Persone sole

    A guidare il taxi si finisce con il capire le persone.  A me, ad esempio, basta la porzione di loro che riesco a scorgere dallo specchietto retrovisore e so già chi sono i passeggeri. A parlarmi di loro sono uno sguardo perso, un occhio, un orecchio, il rumore che fanno le molle del sedile posteriore. Questo qui ha fretta: si è spinto in avanti. Questa qui è una matta: si è spostata tre volte. Lei è sola: si è lasciata cadere sullo schienale, appoggia il gomito sul finestrino e preme la fronte contro il vetro.   Sono il carro funebre di anime tristi in questa periferia del mondo. Sembra quasi di…

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    Waddan

    Aveva deciso per tutti, mio padre. Saremmo andati in Libia. Avremmo caricato le nostre cose sulla macchina e la macchina sulla nave. Cosa rimanevamo a fare, diceva, nella provincia di Ravenna lungo il Po maleodorante, quando al di là del mare ci aspettavano le messi rigogliose e la ricchezza? Cos’erano le saline di Cervia in confronto alle lodi cantate dal Vate su quella terra nostra, conquistata con i petti prestati ai proiettili e alle sciabole?  A me, però, sarebbe mancata la nostra piazza con la chiesa e le casine basse dei pescatori dove abitava l’Ileana. E così le scorribande nella pineta con gli amici, il nascondino dietro i tronchi ritorti…

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    Kerkstraat

    Il pub stava chiudendo quando, d’un tratto, andò via la luce. Al buio, detti l’ultimo sorso. Frugai le tasche e lasciai qualche moneta sul bancone.Vivevo ad Amsterdam da ormai quattro anni e pagavo ancora l’affitto per un bugigattolo di 30 metri quadrati. A me stava comunque bene. Rientrai in casa che era mezzanotte passata. Era stata una delle mie solite giornate: lavoro fino alle sette, poi cena al pub. Rientrando nel mio appartamento, non potei fare a meno di accorgermi di un miagolio. Varcai la soglia di casa e vidi un gatto sopra uno dei miei dischi. Era seduto sopra la banana disegnata da Andy Warhol. Oziava senza alcun ritegno…

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    Scintilla

    Non ci penso spesso, ma quando mi capita ricordo quell’episodio come se ancora fossimo in quel mattino di maggio della quinta elementare. Io occupavo l’ultimo banco della fila, quello vicino alla finestra. In quinta elementare stare all’ultimo banco non voleva ancora dire essere la peggiore: ero stata sistemata lì per caso all’inizio dell’anno dalla maestra e non mi ero mai lamentata.  Proprio davanti a me sedeva la mia migliore amica, J., e due banchi alla mia destra c’era L., la bambina che in quel momento occupava il secondo posto nella classifica delle amiche – classifica che avevo stilato l’anno prima e che era in continua evoluzione. La posizione di J.…

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    Vortici

    Lei è sdraiata su un telo azzurro. Sotto di lei una distesa di sabbia dorata. La visuale è buona, riesco a seguire ogni movimento. È lì da una ventina di minuti. Ho pensato subito fosse una sirena, poi ho visto le gambe. Allora mi sono detto: è una dea. Una dea distesa verso un sole che non splende. È immobile da venti minuti. Solo il suo petto, si solleva e si abbassa con regolarità, quasi seguendo una specie di picchiettio costante. Una volta, un tizio mi ha detto che sulle spiagge le dee non sono una novità. Le riconosci subito: sono vicine eppure irraggiungibili. Partecipano alle nostre stesse feste, si…

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    Amaro

    Non c’era luce quella sera: il paese era quasi completamente al buio. Senza dettagli, senza difetti, tutto nascosto nell’ombra.  Le strade erano deserte con i vicoli che profumavano di pietra, umidità e sollievo. Le poche persone fuori avevano lo sguardo basso, camminavano anonimi e timidi come se tutto quel buio fosse una loro colpa. La piazza era vuota e illuminata. Le luci arancioni dei lampioni, pesanti, inchiodavano il silenzio, la malinconia di una notte solitaria, di un piccolo borgo mezzo morto che aspetta solo la neve per vestirsi di bianco e riposare.  La piazza era vuota, non come due giorni prima. Prima della festa del paese. Proprio quel pomeriggio ero…

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    Le ragazze dell’Aiguille d’Alger

    12 luglio 1934 Mia cara Clementine, mi dispiace scriverti questa lettera dopo così tanti anni di silenzio. Mi dispiace che il pretesto sia la dipartita di una persona cara. Ho ricevuto un telegramma da Marie proprio ieri, e non ti nascondo che la funesta notizia mi ha distrutto. A quasi settant’anni non credevo di essere ancora in grado di piangere. L’ultima volta è stato per te, in quel lontano giorno d’aprile al Jardin d’essai. Furono così dolorose… Come lo è ora la morte di Fatima.      Mentre scrivo – e spero potrai perdonare l’inchiostro sbavato – gli occhi si inumidiscono. Non riesco a credere che Fatima sia morta. Vorrei scriverti parole…