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    Peccati veniali

    Credo di essere diventata una donna noiosa.  Per colpa della mancanza di tempo, ho nutrito una vocazione per l’indifferenza: l’attuale triste capitolo della mia vita. L’iniziazione venne sancita quando fui assunta a tempo indeterminato con un ruolo di responsabilità. Un’occasione che avevo atteso e che accolsi oltremodo come una conquista più unica che rara. Prima di questo lavoro, lamentavo una certa inquietudine: mi sentivo come un cane smarrito e, anche se pensavo di averci guadagnato, non mi rendevo ancora conto di quanto quell’occupazione avesse paralizzato tutto il resto attorno a me e che mi stavo trasformando in qualcos’altro. Quel giorno, quando m’imbattei nel signor Ettore, avevo gli occhi spiritati e,…

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    Interruzione

     Accarezzati, accudisci la bambina che è in te, perdonala. Sono le cinque di sabato mattina, sono seduta sul divano della mia cucina e osservo. I piatti della cena di ieri sera ancora sporchi nel lavandino, il computer in stand by, la mia giacca a vento lanciata d’istinto su una sedia, appena varcata la porta di ingresso. Amo la mia casa. Ogni dettaglio è stato scelto con cura, ogni cosa è al suo posto, il posto che ho reputato giusto. Quando ho deciso di prendere in affitto questo appartamento mio padre non era d’accordo perché l’affitto ha sempre rappresentato per lui uno spreco economico rispetto a un mutuo. Mia madre non…

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    La scacchiera

    All’improvviso vidi scivolare una cosa dallo zaino del tizio che mi precedeva: cazzo! Ci mancava solo questa, io ero già in ritardo! L’uomo sembrava, a tutti gli effetti, divincolarsi in quello che mia madre diceva essere un vero e proprio porto di mare. L’aeroporto mi era sempre piaciuto, fiumi umani di partenze e di arrivi confluivano nello stesso spazio vitale e tutto diventava distrazione e confusione, puro dinamismo, rumore assordante che richiamava la vita.  – Scusi le è caduto questo! – dissi con voce troppo bassa per farmi sentire dall’uomo di spalle che a passo spedito continuava per la sua strada. – Le è caduta la scacchiera! –  gli dissi…

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    Diecimila passi

    Hanno detto alla televisione che per restare in forma bisognerebbe fare almeno diecimila passi al giorno. Forse dovrei cominciare a contarli, penso, e butto giù l’ultimo sorso di caffè. Il rumore ferroso del chiavistello mi fa scattare in piedi. Non è un’idea malvagia, mi dico ancora, basterà segnare una tacca sulle scarpe ogni cento passi.  Un saluto frettoloso e la porta viene richiusa alle nostre spalle. Seguo questo ragazzotto che potrebbe essere mio nipote. Sbadiglia e si stropiccia gli occhi. Beata gioventù, mi ritrovo a pensare. È lunedì: è il giorno dell’acqua, esclama quando finalmente arriviamo in magazzino. Il mio compito, insieme ad altre due persone, fino a pomeriggio inoltrato,…

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    Lenticchie

    Io coltivo ortensie. Blu, rosa, viola. Sono le più belle di Roma, lo dicono tutti.  Da qualche giorno però, mi ritrovo certe sforbiciate strane, manca un fiore per pianta, c’è un buco. Ieri, un postino mi ha detto che al condominio di via Ferrari, Gerardo fa certe ortensie di forme speciali, che sembrano sculture. Allora ho capito: l’idea l’ha presa da me, dalle mie piante intorno alla fontana, orgoglio di tutto il quartiere Prati. Ora è chiaro che l’idea non gli basta più. Io, Gerardo me lo sono cresciuto come un figlio e gli ho insegnato tutto. Sembra niente, ma per fare i portieri nei condomìni dei signori serve saggezza.…

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    Corpi

    L’affanno che mi opprimeva il petto scendeva piano verso lo stomaco e, trasformandosi in pulsione, camminava a rilento nella mia intimità.  – Mi trovi vecchia? –, le chiesi. Mentre la luce fioca della stanza richiamava voglie soppresse e i rumori del traffico irrompevano nel silenzio della notte, provai vergogna per tutti gli orgasmi ascoltati da quella camera.  Era quello stesso piacere che ora stavo cercando?  Osservai il mobilio intorno a me. Aria consumata, odore umido, di polvere. Un capannone rivestito a dormitorio. Una finestra, un balcone, un tavolino in legno; un letto, che per quella notte sarebbe stato il nostro.  Dana non rispondeva: come avrebbe potuto convincermi del contrario? Era…

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    Casa mia

    Sì, sono sicura. Voglio entrare da sola.  Non preoccuparti mamma, ce la faccio. Sono stanca, fammi entrare dai, così mi metto a letto, ancora non riesco a camminare bene.  Va bene, dice mia madre, per niente convinta. Sa bene che ho la testa più dura del marmo e che difficilmente mi smuovo dalle mie posizioni. Non è che volessi entrare da sola. Ma dovevo.  Dovevo perché quella era casa nostra e adesso è casa mia. Perché io dovevo sentire il silenzio e abituarmi. Abituarmi al fatto che non ci saranno più due risate a rimbombare fra i muri di carton gesso, non ci sarà più il posto destro del divano…

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    Ombre d’estate

    Si fatica a camminare sulla terra molle del campo arato, meglio che mi sieda ad aspettare un po’ qui all’ombra. I due grandi alberi di fico si intrecciano nel cielo azzurro proiettando un grande ombrello nero nel bel mezzo di questa striscia d’argilla, che pare una crosta rappresa in mezzo ai campi di girasoli sfioriti. La scala è ancora appoggiata al ramo, la cesta piena di frutti è qui accanto a me. Non capisco questa tua fissazione di voler cogliere i fichi a mezzogiorno, quando il sole è tanto bollente: dici che sono più dolci, che, gonfi di zucchero, per il caldo si spaccano, ma io non ci credo. Quando…

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    Ro’eh

    Non ero morto, almeno così credevo. Ero sdraiato – il mio corpo lo era – nella solitudine di quei giorni, fatta di medici, infermieri e pochi familiari. Una solitudine che poteva essere tale solo in quel luogo e in nessun altro.  Sentivo le parole provenire da lontano, come latrati di cani che si chiamano da un capo all’altro della città. I suoni arrivavano alle mie orecchie dopo aver attraversato più strati d’acqua: vivevo immerso in profondità marine; non ero in apnea però, riuscivo a respirare benissimo. I miei sensi continuavano a funzionare, ma non nel loro elemento naturale. Era, quello, uno stato privo di tempo, o meglio, senza presente. Durante…

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    Sirene

    Carissima Eleonora, sono io, Flavia Ferrari. Ci siamo incontrate per la prima volta l’altra sera, ma è da anni che ti seguo sui social. Non credo di esagerare se dico che sono la tua fan numero uno. Faccio il tifo per te dai tempi dei primi tutorial su Youtube – mi faccio ancora lo chignon con la tecnica che spieghi in “Acconciature easy per tutte le occasioni” – e non mi sono persa nemmeno un passo del tuo percorso di vita come blogger e come influencer.  Non puoi immaginare quanto mi addolori il malinteso che ci è capitato.  Prima di darti la mia versione dei fatti, lascia però che cerchi…