• racconti

    Diecimila passi

    Hanno detto alla televisione che per restare in forma bisognerebbe fare almeno diecimila passi al giorno. Forse dovrei cominciare a contarli, penso, e butto giù l’ultimo sorso di caffè. Il rumore ferroso del chiavistello mi fa scattare in piedi. Non è un’idea malvagia, mi dico ancora, basterà segnare una tacca sulle scarpe ogni cento passi.  Un saluto frettoloso e la porta viene richiusa alle nostre spalle. Seguo questo ragazzotto che potrebbe essere mio nipote. Sbadiglia e si stropiccia gli occhi. Beata gioventù, mi ritrovo a pensare. È lunedì: è il giorno dell’acqua, esclama quando finalmente arriviamo in magazzino. Il mio compito, insieme ad altre due persone, fino a pomeriggio inoltrato,…

  • eventi

    Un silenzio condiviso – Silent Book Club di Pesaro

    Ci sono angoli di città che non conosciamo finché non ci fermiamo, in silenzio, a viverli.  Mi è capitato molte volte di passare davanti a Casetta Vaccaj, nella mia Pesaro, senza fare, però, troppo caso a quello spigolo cinquecentesco signorile e discreto che si affaccia su un’oasi di pace ritagliata nella frenesia del centro. Decido di sedermi qui. Ho un libro blu in mano e quattro estranei lettori attorno a me. Sfilo dalle pagine un piccolo biglietto viola che uso come segnalibro: ha tre parole sopra: Silent Book Club. L’ho trovato quest’estate, appoggiato sul bancone della Casetta: sembrava una specie di invito – e in un certo senso lo è…

  • racconti

    Lenticchie

    Io coltivo ortensie. Blu, rosa, viola. Sono le più belle di Roma, lo dicono tutti.  Da qualche giorno però, mi ritrovo certe sforbiciate strane, manca un fiore per pianta, c’è un buco. Ieri, un postino mi ha detto che al condominio di via Ferrari, Gerardo fa certe ortensie di forme speciali, che sembrano sculture. Allora ho capito: l’idea l’ha presa da me, dalle mie piante intorno alla fontana, orgoglio di tutto il quartiere Prati. Ora è chiaro che l’idea non gli basta più. Io, Gerardo me lo sono cresciuto come un figlio e gli ho insegnato tutto. Sembra niente, ma per fare i portieri nei condomìni dei signori serve saggezza.…

  • editoriale

    Editoriale dicembre

    Sono giorni che ho in testa due domande che non mi danno tregua. Qual è il senso del Natale? Cos’è la letteratura? Sono quesiti privi di un nesso logico tra di loro, ne sono consapevole, eppure, a momenti alterni, mi danno il tormento. So, anche, con assoluta convinzione che non troverò una risposta nell’immediato: la prima mi si riproporrà ogni anno all’incirca verso la metà di novembre, per poi lentamente sopirsi a gennaio inoltrato. La seconda, ho come l’impressione che mi perseguiterà per tutta la vita. Devo, però, trovare un’apparente, o provvisoria, soluzione al mio dramma. Detto fatto. Esco dal mio ufficio e mi fiondo nella sala riunioni che da…

  • Contest

    Mai visti prima

    Anche con tutta la buona volontà, con mani così minute non sarei mai riuscita a strozzare il collo da toro di Randall. Ci ho pensato molto, ma non sarei stata capace nemmeno di piantargli un coltello in pancia. Mi mancava la forza. Mi mancava soprattutto la risolutezza, perché per quanto Randall mi ripugnasse, in fondo non era lui la causa della mia disperazione.  Sin dall’arrivo, cinque anni fa, nella città di Randall, la cosa che più mi turbava del nuovo mondo erano le dimensioni degli spazi, della gente, dei luoghi. Incommensurabili. A partire dall’aeroporto, un gigantesco labirinto di scale mobili e corsie luminose nel quale si perdevano persino interi sciami…

  • racconti

    Corpi

    L’affanno che mi opprimeva il petto scendeva piano verso lo stomaco e, trasformandosi in pulsione, camminava a rilento nella mia intimità.  – Mi trovi vecchia? –, le chiesi. Mentre la luce fioca della stanza richiamava voglie soppresse e i rumori del traffico irrompevano nel silenzio della notte, provai vergogna per tutti gli orgasmi ascoltati da quella camera.  Era quello stesso piacere che ora stavo cercando?  Osservai il mobilio intorno a me. Aria consumata, odore umido, di polvere. Un capannone rivestito a dormitorio. Una finestra, un balcone, un tavolino in legno; un letto, che per quella notte sarebbe stato il nostro.  Dana non rispondeva: come avrebbe potuto convincermi del contrario? Era…

  • storiviste

    E il verbo è rimasto verbo e abita in mezzo a noi – La zattera di Kiefer

    Martino mi aspetta al primo piano.  Mi dà le spalle: sta guardando una tela appesa al muro. Lo raggiungo e mi metto accanto a lui. Mi fa un cenno di saluto e restiamo in silenzio. – Si chiama Il grande carico – bisbiglia poco dopo. – È di Anselm Kiefer. È un dono della Fondazione della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.  Prende due sedie da un tavolo vicino e mi invita a sedere di fronte al dipinto. – Vieni, mettiamoci qua. Non distinguo uno sfondo preciso in quest’opera, ma solo un’informe materia simile a rame e piombo con, al centro, una struttura su cui, in maniera disordinata, sono…

  • racconti

    Casa mia

    Sì, sono sicura. Voglio entrare da sola.  Non preoccuparti mamma, ce la faccio. Sono stanca, fammi entrare dai, così mi metto a letto, ancora non riesco a camminare bene.  Va bene, dice mia madre, per niente convinta. Sa bene che ho la testa più dura del marmo e che difficilmente mi smuovo dalle mie posizioni. Non è che volessi entrare da sola. Ma dovevo.  Dovevo perché quella era casa nostra e adesso è casa mia. Perché io dovevo sentire il silenzio e abituarmi. Abituarmi al fatto che non ci saranno più due risate a rimbombare fra i muri di carton gesso, non ci sarà più il posto destro del divano…

  • racconti

    Ombre d’estate

    Si fatica a camminare sulla terra molle del campo arato, meglio che mi sieda ad aspettare un po’ qui all’ombra. I due grandi alberi di fico si intrecciano nel cielo azzurro proiettando un grande ombrello nero nel bel mezzo di questa striscia d’argilla, che pare una crosta rappresa in mezzo ai campi di girasoli sfioriti. La scala è ancora appoggiata al ramo, la cesta piena di frutti è qui accanto a me. Non capisco questa tua fissazione di voler cogliere i fichi a mezzogiorno, quando il sole è tanto bollente: dici che sono più dolci, che, gonfi di zucchero, per il caldo si spaccano, ma io non ci credo. Quando…

  • editoriale

    Editoriale novembre

    La sindrome di Parigi ha una sintomatologia molto simile [stupori e svenimenti] alla sindrome di Stendhal, ma ha cause completamente opposte. È una sorta di delusione che colpisce i turisti, per lo più giapponesi, nel vedere la capitale francese. Pare che possa portare a una sorta di stato depressivo.  La signora settantenne seduta accanto a me sull’aereo non smette di sciorinare i suoi saperi. Non so se, questo suo blaterare, sia dovuto a una sua consuetudine o sia un modo per alleviare la paura di volare. Vorrei solo smettesse. Non ne avevi mai sentito parlare? No. È la prima volta a Parigi? No.  I miei monosillabi non la intimidiscono. Lei…