racconti

Nell’utero del mondo

La casa la comprammo all’asta e fu un affare. Un affare come se ne facevano tanti in quel periodo: con la Grande siccità tutti vendevano, scappavano, lasciavano le vite rinsecchite delle città per le riserve, per una speranza e il suo rigoglio, lì dov’era ancora possibile vivere come si viveva quando l’acqua non era un problema da risolvere, come lo è fare figli in un mondo senza acqua.

Dei nostri amici, nessuno era rimasto in città. Ma io e Marta eravamo un’anomalia. Lo siamo sempre state, un’anomalia.

A noi piaceva la città, nonostante tutto, ma volevamo anche una casa più grande. Perciò ci trasferimmo in questa vecchia villa scorticata dal sole in un inverno afoso, poco prima di Natale, un natale fasullo, senza neve né pioggia.

Col senno del poi, non l’avrei presa questa casa, ma allora non potevo saperlo. Volevo vedere di nuovo Marta felice, sorridere nel modo in cui amavo vederla sorridere. A ogni gravidanza fallita, a ogni mi dispiace di un ginecologo qualsiasi, Marta era sempre meno Marta. A nulla serviva ripeterle il parere dei dottori: non era colpa sua ma dell’acqua artificiale, di un’acqua processata che, come tutte le cose originate dagli umani, finisce per diventare corrotta, una sporcatura. E in questa sporcatura di mondo, io e Marta cercavamo una nostra felicità.

L’abbiamo trovata in questa casa. Rividi Marta sorridere per la prima volta dopo tanto tempo. Dopo tanto tempo mi abbracciò e mi disse: – Prendiamola, ti prego – e anche se non ne ero convinta del tutto, perché era una casa vecchia, da risistemare, alla fine dissi di sì anch’io.

Più che della casa, Marta si innamorò di ciò che c’era fuori: un pozzo vecchio, di quando averne uno aveva un senso. Un pozzo antico, tutto lavorato, con le arcate sotterranee come una torre pisana con la testa all’ingiù; un pozzo artesiano conficcato nell’utero sterile della terra, che deturpava il giardino e niente più. Ricordava al mondo che lì c’era stata acqua, e perciò vita, un tempo.

Per me era da demolire. Non per Marta. Per Marta quel pozzo era speciale, magico addirittura, che se inclinavi poco poco la testa sembrava riflettere il sole e pure la luna, come se ci fosse stata ancora acqua lì sotto. Suggestioni, dicevo a Marta, vuoi credere all’incredibile. Non mi piaceva quella sua morbosità immediata per il pozzo. E anche se avevo detto di sì alla casa, speravo almeno di convincerla a lasciarmi chiudere questo pozzo, quest’ornamento prepotente di un’epoca arrogante. Dicevo a Marta, cosa ce ne facciamo, non piove da una vita ormai. Ma lei era fiduciosa, diceva che nessuno aveva un pozzo come il nostro. Diceva pure: – Aspetta e vedrai, vedrai quando pioverà, noi avremo l’acqua pulita del pozzo e non quella merda artificiale.

Su un punto Marta aveva ragione: nessuno aveva un pozzo, e di certo non uno come il nostro.

La sua fissazione per quel pozzo, che dopo il nostro trasloco sistemava e riparava in modo maniacale, raggiunse livelli che avevano del ridicolo. Io la lasciavo fare, era tornata a sorridere, questo mi bastava. Mi bastava anche perché di più non potevo fare. Quelli erano per me giorni di lavoro intenso. Mentre lei se ne stava a casa, io morivo in azienda, uscivo la mattina e tornavo la sera, sempre più tardi.

Marta la vedevo poco, anche se Marta non se ne curava. Si curava del pozzo, però. Lo abbelliva con decorazioni in legno e in ferro, con intagli e pennellate. Se ne prendeva cura come ci si prende cura di un figlio, con la stessa attenzione, un’attenzione materna che da un certo momento in poi iniziò  a innervosirmi, a ingelosirmi, perché mi escludeva. Glielo dissi una volta, le dissi: – Pensi più al pozzo che a me. – Non mi prese sul serio.

La mia assenza, da causa, divenne liberazione. Se lavoravo non vedevo quel rapporto, non ne ero gelosa.

Continuò per settimane, e per settimane io non me ne lamentai, non reclamai il mio posto in quel rapporto che oramai era diventato a tre: lei, il pozzo e me. Alla mia domanda quando sarebbe finito tutto questo, lei mi diceva ancora un po’. E tornava a intagliare un pezzetto di legno, attaccava una decorazione in ferro, dava una pennellata lenta ma precisa a un angolino che vedeva solo lei. Per giorni la ignorai e lei non sembrò neanche accorgersene. Non sentiva affatto la mia distanza, il vuoto che lasciava la mia lontananza. Era piena d’altro. Lo capii dopo.

Quella sera che tornai a casa tardi era una sera di mezzaluna e di mezza luce. Marta era seduta sul bordo del pozzo e guardava giù. La luce la tagliava a metà, a metà si alzò in piedi e continuò a guardare giù, con una gamba esposta e un braccio attaccato all’arcata di ferro lavorato. Lasciai tutto, lasciai la macchina accesa, corsi verso di lei che pensavo sul punto di buttarsi. La tirai via. La abbracciai. Lei mi guardò e mi sorrise con quel suo sorriso. Poi mi prese la faccia tra le mani e disse: – Tutto cambia, non aver paura. – C’era in lei un’espressione inedita di cui mi accorgevo solo in quel momento. L’espressione di chi ha capito qualcosa sul mondo e non sa come rivelarlo. Non le dissi niente, la accarezzai e la portai in camera da letto. Quando si svegliò, non feci menzione dell’accaduto, né lei sembrò intenzionata a farlo. Fino a sera, fino a che non cenammo, sedute in giardino, con Marta che d’improvviso aveva il solito appetito di tutte le gravidanze passate. Cenammo alla presenza del pozzo che adesso odiavo. Alla presenza del pozzo, dissi: – Va distrutto.

 – Cosa?

 – Il pozzo – dissi, – quel pozzo non ti fa bene.

 – Lo dici tu.

 – Lo dico io, sì. Lo dico perché ti sei fissata con questo pozzo e non c’è altro per te, non c’è questa casa e non ci sono io.

 – Sei sempre tu il punto, non è vero?

 – Il punto?

 – Sì, il punto.

 – No, il punto è che tutto questo ti fa male, non lo vedi? Io non lo so se c’entra qualcosa il fatto che non riesci ad avere figli, se sei depressa o altro…

Prese l’ultimo boccone dal piatto e si alzò in piedi, in piedi disse: – Lo sai qual è il tuo problema? Il tuo problema è che tu dici che vuoi un figlio ma lo vuoi solo con il diritto di scappare e invece con un figlio bisogna restare. La maternità è questa.

Fine della conversazione. Le settimane a seguire sono settimane di silenzi; sono notti di me che dormo a metà, che la sorveglio, la raccolgo dal pozzo, che la scuoto per risvegliarla, per riportarla al letto. Quella per il pozzo era diventata un’attrazione, un magnetismo al quale faceva sempre più fatica a resistere. Il suo corpo sembrava rispondere al pozzo soltanto. Da un certo momento in poi aveva preso a dimenticare: dimenticare di mangiare, dimenticare di bere, di dormire; le importava solo del pozzo, di nutrirlo di bellezza e attenzioni: fiori finti, pietre intagliate. Lo amava. 

Lo vedevo dai gesti e dai sorrisi, che erano i gesti e i sorrisi di tutte le speranze, di tutte le gravidanze prima d’essere delusione. Gesti e sorrisi che io non capivo, perché non ero mai stata madre, perché madre non volevo esserlo, non mi interessava, come non mi interessava essere genitore. Interessava a Marta, lo voleva lei, e tanto mi bastava. Aveva ragione a dire che volevo le relazioni ma col diritto di scappare. Anche se la natura mi aveva concesso un corpo più fecondo del suo, io non volevo restare incinta, non volevo che il mio corpo cambiasse, non volevo nessun cambiamento in nome della vita di qualcun altro, non volevo sacrificare me stessa per tutto questo. E Marta lo capì, o fu costretta a farlo. Perciò fu lei a portare in grembo i geni di entrambe, a sottoporsi alle cure ormonali, alle fecondazioni; a sottostare a un corpo in mutamento. Mi sentivo in colpa per questo, per non desiderare la maternità come la desiderava lei. Volevo scappare, sì. Volevo avere la possibilità di scappare. E invece a scappare fu Marta.

Successe in una notte luminosa, in una notte con la luna tutt’intera. In questa notte ci sono io che mi addormento, dopo notti di sonno a metà, e mi sveglio di colpo. Mi sveglio perché è la paura a scuotermi. Non una paura qualsiasi ma un certo tipo di paura, che ha a che fare con la perdita e il cambiamento. Ha una connotazione precisa, questa paura, è il formicolio di un incubo dopo la veglia. Non sono più nel mio letto ma accovacciata vicino al pozzo, nuda, sporca di terra umidiccia, bagnata di un’acqua che, se c’è stata, non c’è più; le unghie, spezzate insanguinate nere, mi dicono che ho scavato o scalato qualcosa; me lo dicono pure tutte le scorticature alle gambe, al seno, i capelli bagnaticci di qualcosa di vischioso, trasparente, dall’odore vaginale. Mi guardo attorno disorientata, mi appiglio al pozzo e mi affaccio. Mi affaccio su questa torre capovolta e chiamo il nome di Marta. La chiamo perché spero di vederla e invece quel che vedo è una scintilla, la scintilla di una vita sotto lo specchio dell’acqua, oltre il riflesso gonfio della luna. Non mi faccio domande. Mi interessa solo la scintilla. Penetro il pozzo, gli sguscio dentro, e con tutta la facilità con cui si nasce e si muore scivolo nel liquido amniotico della terra. In questa placenta non ho bisogno di respirare, esistono solo le leggi di questo luogo, di un luogo in cui non ho fame e non ho sete, qui non ci sono paure né ansie, né compromessi da rispettare, sono qui dove non esistono bisogni. Ci sono solo suoni opachi, suoni di una natura indefinita, vagiti che sono il linguaggio del pozzo e che ora sono i miei. In questo mondo io resto, non ho bisogno di scappare, e da questo mondo il di fuori è soltanto un cerchio di cielo stemperato.

È da qui che un giorno ho visto Marta e poi mai più. Si è affacciata e mi ha sorriso, con quel suo sorriso e quell’espressione come se sapesse che mi trovavo qui. Da lassù teneva in braccio un neonato, che era di spalle. Un neonato che dovrebbe essere un figlio mio e invece non lo è. Perché è il figlio del pozzo.

Valeria Zangaro

Editing di Silvia Rodinò