Cose che tutti vedono

Mi è scoppiata la moka

Mi è scoppiata la moka, un’altra volta, non posso crederci. Ma dovevo aspettarmelo, non sono mai stato bravo a prendermi cura di me. 

La mia routine da un paio di mesi è sempre la stessa: sveglia, pipì, denti, dai i croccanti alla Tina, lava i piatti, metti su l’acqua, prepara qualcosa da mangiare, del porridge o del pane tostato con l’hummus, mettiti sul divano con la copertina rossa il té e il libro del momento, goditi la tranquillità, coccola il gatto, scrivi un po’ sul tuo diario, programma la giornata e, quando puoi, concludi con trenta minuti di yoga. 

Questo almeno era come me l’ero progettata, mentalmente e fisicamente, sulla mia agenda, pensando che far partire le mattine con questa wave benessere-tumblr-cleangirl mi avrebbe aggiustato il cervello una volta e per tutte. Arrivato a ventisei anni – e soprattutto dopo otto anni di terapia – pensavo di poter tranquillamente affermare di conoscermi, e quindi di sapere anche come ingannarmi, ma lo spaccato dualismo che sento tra il mio essere e il mio cervello non si è mai veramente sanato, e quindi lui continua a imbrogliarmi come e quando vuole senza preavviso alcuno. 

Non credo sia particolarmente sano percepirmi come un’entità scissa, come se fossi comandato da qualcosa di esterno a me stesso, però ho già fatto dei passi avanti rispetto al passato, quando usavo rifermi a me come ai “tre”: io e le due parti opposte, perennemente in lotta nel cervello. La verità è che dopo tutta la psicoanalisi, psicoterapia, psichiatria, psicofarmaci, psicostudi, neurodomande, neurorisposte, sarebbe strano se mi percepissi come qualcosa di integro, un unicum, statico. D’altronde cosa posso farci io se sono nato nel tempo delle biotecnologie, della morte dell’anima in senso religioso, della scienza a fare le veci di Dio. Non è che mi sarebbe andata molto meglio tempo addietro. Non c’è predestinazione per me, non posso sperare che questo male venga estirpato a forza di penitenze e pentimenti, e non posso nemmeno contare sul fascino del genio depresso, perché non sono nato uomo. Allora tocca tenersi quel che ci offrono i tempi. 

Mi pare, a volte, di essere un magma di moscerini che svolazzano tutti insieme e non si capisce bene se a tenerli legati sia una forza centrifuga o centripeta. Stanno lottando per avvicinarsi o allontanarsi? E a cosa servirebbe saperlo? Ho pensato per una vita che le risposte mi avrebbero portato la pace che bramavo così ardentemente. Seduta sulla sedia felpata nello studio del signor psicologo dell’autismo, sapevo già cosa mi avrebbe detto; lo sapevo perché ero andata lì solo per farli vergognare, far vergognare tutti quanti per non essersi mai accorti cosa fosse “che non andava”, per averlo chiamato con tutti i nomi tranne il suo, per avermi fatto sentire strana, viziata, capricciosa, pazza, esagerata, incontentabile, pignola, lamentona, debole e stupida. Farli vergognare per averci messo così tanto tempo a darmi la pace che aspettavo da una vita, per dirmi finalmente: sei libera

– Luce, è risultata positiva sia ai test dell’autismo che dell’adhd.

Positiva, come quando ho preso la clamidia, s’inizia bene.

– Come si sente? Credo non sia una sorpresa per lei vedendo com’era arrivata preparata.

Certo che ero preparata– coglione – se non mi fossi preparata io chi ci pensava sennò a farmi arrivare qua? Otto anni dentro un sistema che diceva di prendersi cura di me, con un personale formatopreparatostudiato, che “sapeva meglio di me cosa mi servisse”, “cosa fosse giusto fare”, otto anni di test su test, visite su visite, ricoveri, analisi, colloqui, nomi incomprensibili di farmaci che non saprò mai come funzionino o perché funzionino; ma quello d’altronde non lo sanno nemmeno loro, quindi. E adesso che ho ventisei anni, e lo so, e l’ho capito che per la maggior parte barcollano nel buio tanto quanto me, me ne sono fatto una ragione, ma è difficile ingoiare un mattone del genere: sapere che hai messo il tuo cervello, il tuo corpo e tutta la tua vita in mano a gente che non ha fatto altro che giocare a mercante in fiera con i tuoi traumi. Alcuni, certo, più maliziosamente di altri. Ma le intenzioni poco importano, il tallone l’hanno preso lo stesso. 

Mi hanno detto: sdoppiata, stremata, spericolata, sopita. Ogni giugno la campana suonava per ricordarmi di buttarmi per le strade senza badare al rosso dei semafori, ogni febbraio la cantilena della bile nera mi ricullava a terra. Pensavo che sarei potuta diventare la prima della classe, era la più terapizzata del mondo, pensavo si trattasse solo di un altro gioco di cui dovevo capire le regole, che una volta imparate il gioco lo avrei fatto mio e nulla avrebbe più potuto ri-calciarmi indietro. Ho cucito un arazzo di informazioni, ogni anno aggiungendo un pezzo, ma ogni anno, ogni giugno, quello si sgretolava, e a febbraio mi seppelliva. Adesso è solo maggio, ma a forza di ricamarci pezzi nuovi sopra quell’arazzo pesa un palazzo e mezzo, e ci sono ancora incastrata sotto. Mi blocca le gambe, ma tutto il resto lo muovo, il minimo necessario per andare avanti. 

E quindi, quando mi sveglio, realisticamente la mia mattina somiglia un po’ di più a questa routine: 

suona la sveglia, la spengo; 

spalanco gli occhi mezz’ora dopo, bestemmio, già mi odio, è tardi, passo un’altra quindicina di minuti a rispondere mentalmente ai vari messaggi ed e-mail lasciati in sospeso, mi ricordo di quella figura di merda fatta tre anni fa e mi faccio venire un groppone allo stomaco, mi chiedo dove stia andando la mia vita, mi ricordo che sono arrivato a ventisei anni e non pensavo che avrei mai superato i ventiquattro e allora non mi sono mai troppo preoccupato di fare piani, capire cosa fare, immaginare il futuro, e io senza un piano vado in palla e quindi impreco un’altra volta e mi chiedo “perché?! Perché non hai preso in considerazione l’idea che magari saresti campata più di quel che ti sarebbe piaciuto?! Perché hai lasciato tutto nelle mani di una ventenne depressa?!” e cerco di ricordarmi che un sacco di persone vivono senza avere la benché minima idea di cosa fare il giorno dopo e che forse mi dovrei rilassare, farmi guidare, e che questa mania del controllo non mi ha portato sempre esattamente dove volevo arrivare, che per una volta potrei rilassarmi; 

nel frattempo, piscio e mi ricordo che non mi sono mai rilassato in vita mia, mai mi sono perdonato; 

mi lavo i denti e penso a quanto sia faticoso e mi chiedo come facciano le persone a farlo così spontaneamente, quando io solo per arrivare al lavandino ho usato un terzo delle mie energie giornaliere, guardo il blister di antidepressivi e mi chiedo chi sarei senza quelle pasticche bianche e rosse, mi incazzo perché vorrei aver vissuto i miei vent’anni senza dover dipendere completamente da loro, che avrei voluto passare i miei vent’anni a drogarmi e fare quello che facevano le altre e andare ai festival, non al pronto soccorso; 

butto giù la pasticca, torno in camera a mettermi i pantaloni del pigiama e vedo Enri che dorme con la faccia spiaccicata sul cuscino, la bocca all’ingiù come se stesse fortemente disapprovando e fosse un po’ scocciata, le do un bacio sulla fronte cercando di tenermi in equilibrio per non far crollare tutto il mio peso su di lei, e la curva delle labbra le si piega immediatamente all’insù, e stropicciandosi gli occhi mi guarda con un brillantino al posto delle pupille , e allora sorrido anche io, le accarezzo la testa e penso che vorrei tantissimo svegliarmi tardi insieme, passare le ore a coccolarci, darci baci, fare sesso e poi correre al bar a prendere un cornetto, ma adesso non si può e sorrido lo stesso;

la Tina strilla e mi ricorda che devo darle da mangiare, strilla come se fosse preoccupata, perché magari stamani sarà proprio il giorno in cui i crocchini non arriveranno (lo sapevo che non avrei dovuto spiegarle la teoria del tacchino di Russell e l’induttivismo); 

vado in salotto e guardo le pile di piatti sporchi nel lavandino, il cibo che ci siamo scordate di rimettere in frigo, le canne di ieri sera ancora nel posacenere, i miei libri sparpagliati dappertutto; 

prendo il cibo della Tina, lo apro e lo peso, lei continua a strillare, preoccupata che possa cambiare idea all’ultimo (dev’essere un bello stress non avere dei propri mezzi di sussistenza, dover dipendere da una suonata come me), le porto la porzione alla ciotola e mentre la verso mi spinge la mano con la sua testina; 

metto dell’acqua sul fuoco, sempre la solita pentola, sempre la solita quantità, sempre allo stesso fornello, e questo mi da una certa serenità perché se seguo un pattern sono anche meno le decisioni che devo prendere e meno energie che devo sprecare; 

decidere cosa mangiare è la parte più difficile, ogni decisione sono due cucchiai che se ne vanno (la teoria dei cucchiai, quella per cui abbiamo tuttx un tot. di energie giornaliere che sono in questo caso rappresentate da dei cucchiai), e allora a seconda di come mi sento quella mattina e quanti piatti ci sono da pulire decido se buttarmi in una preparazione più elaborata come il porridge o l’hummus (sempre che ci siano gli ingredienti), e se mi sento particolarmente fresco- ispirato- esteticamente improntato, magari riuscirò addirittura a prepararmi anche un piatto piuttosto carino, ma se non è la mattina giusta tendo a lanciarmi in bocca una manciata di cereali senza nemmeno metterli in una tazza; 

pronta l’acqua mi posso finalmente portare il mio tè sul divano, incrocio le gambe, mi metto la mia copertina rossa e prendo il libro che sto leggendo, la tazza poggiata direttamente sul divano perché così non devo spostarmi troppo ogni volta che voglio prendere un sorso, così non devo interrompere la lettura; 

apro il mio libro e mi perdo nella storia di un’altra per scordarmi, finalmente, almeno per un attimo, la mia. 

Quattro volte su sette, se faccio un caffè mi scorderò di aggiungere l’acqua. Dovrei saperlo come si fa un caffè, eppure. Mentre aspetto che salga, sono seduto per terra che singhiozzo con le mani tra i capelli mentre cerco di strapparli. Intorno a me solo rumori, vociare, musica, passi e motori. Continuo a sbattere la testa contro il muro finché il mollettone non si spacca a metà, i capelli che mi coprono il viso non bastano a far sì che chi passa non mi noti, questo mi fa solo sbattere ancora più forte la testa contro il muro. 

Nessunx sa cosa fare, perché non ho mai detto a nessunx cosa fare in questi casi, perché ho sempre fatto finta che questi casi non esistessero, che fossero solo “sfortunati incidenti”, “squilibri giovanili”, “tutto passato”, “non ti preoccupare”, e mi chiedo cosa dovrei fare: portare tutto da sola, articolare cosa sto sentendo? Ma cosa sto sentendo? Dovrei fermarmi? Dovrei mettere i tappi? Ma è troppo tardi, non serve nulla, i ragni hanno già piantato le tende e non riesco più a distinguere dove finiscono le mie mani e inizia la paura. È troppo tardi. Mi arrendo. 

Aspetto l’ambulanza, il fracasso delle sue ruote che saltano dure su ogni minimo sasso, la pasticca che mi rimetterà a posto. Non baciarmi amore, è troppo tardi, non so chi tu sia e non so dove mi trovo. Palliativi utili a momenti mesti, adesso è già tardi, che me ne faccio dei cerotti per una bruciatura di terzo grado. Ma tu prova comunque a cullarmi un altro po’, prova lo stesso ad acchiappare la testa che rotola giù per la collina, e stringimi forte, che mi si svitano le braccia. E infondo lo so, non serviva molto, non c’era bisogno di grandi posizioni, geometrie, soluzioni. Dovevo solo mettere la stracazzo di acqua nella moka. 

di Luce Scheggi