racconti

Fuga Fame Fede Frate

Ho camminato a lungo. Ho camminato stanco. Ho camminato tutto. Ho camminato fino a perdere le dita dei piedi, i calcagni, i polpacci. Succede così, senza dar troppo clamore: una mattina ti svegli e non hai più neppure il tuo corpo. Per un sadico tranello del destino che mi pretende ancora vivo, però, ogni parte del mio corpo è ancora al proprio posto. Volgendo lo sguardo verso il basso, piedi, gambe, pene e busto sono ancora lì. Tutto ha mutato forma, ma c’è. Non credo di pesare più cinquanta chili. Quando smagrisci a tal punto, la carne progressivamente si scioglie e pelle, muscoli e tendini si scolpiscono sullo scheletro. Vanno formandosi nuovi incavi nei quali le ossa si adagiano, e tutta la struttura ti si accascia dolcemente di conseguenza. Può succedere di veder cadere capelli, peli della barba, perfino unghie o denti; ma le fondamenta sono dure a cadere. Le ossa sono colonne di un tempio greco, ormai però oggetto dell’attrazione dei turisti e nulla più.

Ho camminato per quattro anni. Un corpo come il mio porta la vita addosso. Puoi leggere tra le rughe, le cicatrici, le ferite ancora aperte la mia storia. Ho camminato per fuggire, certamente. Dal Dio che mi hanno comandato, e da chi ha forzato ogni via perché ci avvicinassimo. Ma ho camminato piuttosto per ricercare. Una verità in cui credere, una quotidianità da sposare, una casa da abitare. Ho camminato e ho trovato, anche. Allontanandomi da una cittadina provinciale del Veneto, ho proseguito sempre verso nord. Finché non mi si è interrotta la terra sotto i piedi ho proseguito, poi ho incontrato l’albeggiare del primo sole, che profumava di Salvezza, e l’ho assecondato. Ho percorso pianeggiate desolate, stordito dal verde dell’erba e degli alberi, tra cieli limpidi e nuvole maestose. Ho sentito il sole bruciarmi la carne e le piogge scavarmi le spalle.

Specialmente in questi luoghi, ho incontrato persone dalla paurosa ma accogliente umiltà.

Alcune famiglie potevano possedere una piccola stalla, costruita con legname raccolto durante la caccia, assi di legno tarmate visibilmente. Altre famiglie potevano sì possedere una stalla, ma vergognarsi ch’essa facesse loro anche da abitazione. Era frequente per una famiglia di quelle zone perdere la casa per un incendio fortuito o provocato da malintenzionati, o per estrema consunzione delle assi delle pareti o del soffitto, che spesso non venivano restaurate. Non avevano necessità di molto; i pagliericci negli angoli per i bimbi, al centro il poco bestiame ed al piano superiore i più anziani tra le galline. Le altre funzioni essenziali: cottura dei cibi e bisogni fisiologici; si potevano relegare all’esterno.

Nonostante la povertà erano i più generosi coi vagabondi. Perché stretti ai loro rosari dalle mille varie decorazioni, il loro Dio gli ha imposto così. Ama il prossimo tuo come te stesso. Ed io gustavo assai volentieri del suo insegnamento, non senza subire il dovere di restituirgli ciò che indirettamente mi donava. Poteva succedere che togliessero il poco da mangiare che avevano da sotto i loro denti per donarlo ai viandanti. 

Non avevano granché oltre a pane, latte caldo di mungitura, e alcuni ortaggi e frutti. Perciò conveniva loro che i raccolti delle stagioni prospere venissero messi a conserva per i periodi più rigidi e meno floridi. E a dire il vero, molte donne della campagna erano proprie esperte delle conserve. Verdure dell’orto o bacche in barattoli con oli e aceti squallidi, formaggi semplici e confetture squisite.

Quando capitava la confettura era una vera grazia. Niente poteva rallegrarmi di più la giornata d’un ricavo di filoncino con un poco di confettura la mattina appena sveglio. Fragoline selvatiche, poi mirtilli, more di gelso, uvaspina, sambuco. I sughi di questi frutti, sobbolliti e con un poco di zucchero, erano lozioni sacre, rigenerative. Così corpo e spirito erano sazi anche per un paio di giorni. Ciò si abbinava bene alla mia esigenza di ripartire nell’immediato, proibita mi era l’abitudine poiché fermarsi mi avrebbe accomodato. Ed è la morte per un istinto vagabondo come il mio.

Non mi fermavo più di una notte. Di rado, quando le dolci contadine si donavano a me, nascosti dai mariti restavo due notti consecutive perché l’organizzazione furtiva poteva richiedere tempo. I voti non potevano essere una vocazione onesta per l’anima lorda che mi insozzava.

Mi possedevano gioie diverse, quantunque fossi lontano dagli occhi. Se pur la mia famiglia l’avesse appreso per tempo.

Non sostavo mai più di due notti. Camminavo, dovevo camminare e lo facevo.

Lungo la via il Destino non era sempre con me.

Oltre le speciali eccezioni, più che altro mangiavo ciò che trovavo e dormivo dove capitava. Oppure non mangiavo, non dormivo. Anche per più giorni di seguito, senza alcuna mano improvvisa che mi raccogliesse. In quei deserti tinti di verde che ho percorso mi abituavo a non mangiare, e a dormire solo alcune ore di sole per scongiurare possibili aggressioni di animali o bruti. Irragionevole sarebbe stato abbassare le difese preventive, pur per pochi minuti, durante le ore di buio. Alcune zone sono impregnate di pericoli. Ogni minuto, dei quattro anni, mi sono chiesto se il corpo avrebbe retto.

Quando la fame si rendeva insostenibile, recuperavo nozioni di caccia della mia adolescenza, ad onta del luogo in cui mi trovavo. Ma non tutti i villaggi avevano una radura brulicante di squisita selvaggina.

Cacciare era il mio talento. Non avevo da accontentarmi come cacciatore, potevo ambire al meglio: piccioni e quaglie su tutti, ma anche rari porcellini sbrancati.

Non è stata mai un mio talento la fede, con grande dispiacere di tutti, me compreso. Nonostante mi sentissi predisposto e venissi spinto (o costretto) dai familiari, non era quella la via.

Ho abbandonato la mia carne un po’ ovunque. Ho lasciato pezzi di me lungo ogni metro del cammino. Ho dormito sotto alberi, di fianco a grandi massi, in cespugli isolati, troppo sporadicamente in un pagliericcio o persino un letto, molte volte accasciandomi preda del sonno, o smarrendo i sensi. È il bruciare del sole che risveglia il corpo dal sopore. 

Ho percorso questi luoghi abbandonati della Provvidenza, ma anche luoghi molto più abbandonati da questa: le città. E invero, le ho adorate.

Accadeva di ritrovarmi presso signori di palazzo con conseguenti moglie, discendenza, stallieri, maggiordomi, sguatteri e galoppini; ma specialmente bestie d’ogni genere: pollame, pecore e capre, vacche da latte e agnellini, ed almeno due cavalli ciascuno. 

E questa opulenza poi frequentemente ostentata non m’attirava granché. Ben inteso, per la fame e per il sonno era una benedizione, ma lo spirito spontaneamente mi si indisponeva sempre un poco. Oltre la maestosità e lo sfarzo, avevo vissuto i contadini e le contadine ed io stesso ero un vagabondo, tutta l’accozzaglia di ricchezze mi inquietava. O più probabilmente erano vecchie reminiscenze di fede che mi s’erano incastrate nei pori. Non esiste una morale quando il corpo grida, questo lo sapevo bene. Ed una morale, di qualsivoglia natura ma più spesso religiosa, non la applicavo mai di fronte all’abbondanza di vivande. Talmente raro cibarsi e così smodatamente, che mi ci abbandonavo.

Non c’è che dire, questi signori avevano cacciatori finanche migliori di me. I banchetti traboccavano dalle tavolate del più variegato bestiame sapientemente cucinato e con sughi deliziosi di accompagnamento; poi torte di verdure e formaggi dalla lavorazione raffinata, e formaggi, formaggi dovunque, poi verdure dolci, salate, speziate; e dolciumi d’ogni genere; bevande per un intero popolo. E qui, perfino le marmellate di agrumi. Scoprii il pomelo e ne fui subito conquistato.

Tutto così fresco, sprizzante di colori e profumi inebrianti. 

Dio, perdono, questo è un ulteriore peccare. Ed io non sono il servitore che sempre avevi sperato potessi diventare. Sono un povero uomo, debole ai piaceri terreni. 

Pensavo a ciò, saltellando sazio tra i campi, appena uscito da palazzo. Era la mangiata più abbondante che il mio corpo patisse. A lungo senza ingerire alcunché, non possedeva gli strumenti per affrontare una tracotanza tale. Ma ero sazio e blandivo un bel fucile per la caccia imprestatomi dal nobile da cui prendevo commiato. Lo stomaco mantenesse il suo posto e la Coscienza anche. Dovevo gioire, ché la vita aveva sorriso. Se solo non fossi stato così appesantito, nel corpo e nello spirito.

Pensavo a ciò, e lo scenario mi cambiò di fronte gli occhi.

Avevo vissuto l’umano, il disumano e l’animale. Frequentemente incastonati gli uni negli altri e poi indistinguibili. Dopo i primi tempi di cammino non mi ero più impressionato.

Ed allora, un’anomalia. La vista andava sfocandosi. Il caldo soffocava. Sentivo sciogliersi di dosso quanto restava. Potevo svenire al prossimo passo. Non questo però, il prossimo. Intuivo una distesa di rovine, ove giungevo incespicando. I piedi si incastravano nei passi, e nella devastazione. Umana e materiale. Carne e case rivoltate per le strade. Poco importava dove tentassi di volgere gli occhi malconci: macerie e organi divelti fin alla linea dell’orizzonte. Oltre non potevo andare. Mi prostravo. Non ancora. Grumi di cementi e sangui miscelati; grida ovattate. Conoscevo la disgrazia, ci eravamo abitati costantemente, ma non aveva assunto mai quella forma. La forma dell’informità, i confini scellerati, i colori violenti.

Una zona di bombardamenti, ed io svenivo. Svenivo, svenivo lento. Un tonfo, il niente.

Quando il tempo riprese a scorrermi addosso, spremevo le palpebre per risvegliarmi. Giacevo buttato su di un inginocchiatoio. Aprivo gli occhi cautamente.

Un frate mi aveva soccorso, abbandonato dai sensi tra i resti di una guerra in atto. Non capivo la lingua. Mi porse la sua croce e allora capii.

Grazie Padre, non avevo avuto mai esigenza di te come allora e tu mi salvasti.

Mi sei mancato. Perdona se ho giudicato malamente; non sapevo stessi disinnescando una guerra, altrove dalla mia.

Stefano Errico

Editing di Silvia Rodinò