racconti

Il vuoto pieno

Oggi Ninetta mi ha regalato un camioncino rosso.

Ninetta fa la maestra, però non nella mia classe, abita vicino a me. Mi fa i sorrisi con i denti larghi e mi dà sempre le caramelle. Mia madre dice che sono io che gliele vado a chiedere. Quando torno a casa, lei sta appoggiata alla porta e mi dice sei un maleducato, e sputa per terra.

Stamattina mi sono svegliato con la voglia di caramelle di Ninetta. Allora mi sono girato piano nelle coperte e ho controllato che faceva mamma. Con le finestre ancora chiuse non c’era tanta luce e ho faticato, ma poi ho visto che stava seduta sul letto con la faccia poggiata sulle mani e non si muoveva. Ho pensato, se mi vede non esco più. Ho fatto più piano che potevo per non far cigolare il letto, ho tolto la camicia da notte e mi sono infilato i calzoni stando in equilibrio su un piede alla volta. Mamma aveva ancora la faccia tra le mani. I miei occhi un po’ si erano abituati al buio, e ho visto che dalla sua bocca aperta usciva un filo di saliva che si allungava sempre di più. Poi ha fatto un singhiozzo e io mi sono cacato sotto. Ho pensato, adesso sputa. Ma non ha sputato: è rimasta lì, con la saliva che si allungava e faceva destra e sinistra come la nostra pendola nell’angolo della cucina. 

Allora ho pensato, l’ho scampata, e sono uscito di corsa col cappello, perché ieri sera ha fatto un brutto temporale ed è rimasto il freddo. Quando sono arrivato da Ninetta, lei mi ha messo in mano questo camioncino e io non me lo aspettavo proprio. È grande, devo tenerlo con due mani, non è proprio tutto rosso, ma è rosso nelle parti importanti: lo sportello del guidatore, la parte davanti, tutto il coso di dietro vuoto così si può riempire. È quasi uguale a quello che mio padre tiene in campagna per fare i lavori con la terra e con i sassi, anche se il suo è più grande di dieci volte.

– Cazzo che bel regalo, ho detto a Ninetta. 

Lei mi ha preso la testa tra le mani e mi ha dato un sacco di baci in fronte, mi ha lasciato l’umido che ho pulito col cappello. Sono uscito e ho pensato che le femmine si arrossano troppo facilmente e che piangono per niente.

Con il camioncino stretto al petto, sono arrivato proprio alla fine della strada nostra. Noi stiamo nel paese, ma la strada finisce poco più giù di casa mia e c’è una curva e inizia la terra, che però non lo so dove finisce. Ogni tanto, quando è l’ora che stanno tutti a riposare, dopo pranzo, io apro piano la porta e provo a vedere dove finisce, ma il sole sta in modo che dopo la curva non si vede niente, c’è solo la terra spezzettata e a buchi, come il pane che inzuppo nel latte prima della scuola.

Mi metto a quattro zampe e provo a far camminare il mio camioncino nuovo. Lo porto sui grumi di fango, che è scivoloso perché stanotte ha piovuto tantissimo. Quando si blocca io gli faccio la retromarcia e lo spingo più forte, faccio il rumore del motore con la bocca e mi tremano tutte le labbra. Mi immagino che sono dentro, piccolo piccolo a guidare il camion che cerca i sassi, proprio come mio padre che guida l’escavatore in campagna, che lo guida con il sole e con il tempo brutto per togliere i sassi dalla terra. Mi ci fa salire qualche volta. Quando glielo chiedo gli tremano i baffi perché sorride, e io mi sistemo sul sedile del guidatore tra le sue cosce e partiamo a strappi, che sembra che andiamo indietro e invece andiamo avanti. Mio padre con me che gli sto in mezzo alle gambe non è come quando mi picchia con la cinta, che ritira le labbra e ha i denti incollati e parla come se ce li avesse in bocca, i sassi. 

Mio padre è tutto un sasso, è fortissimo: le sue mani sembra che qualcuno le ha fatte con l’acciaio, quando solleva la vanga a petto nudo le sue spalle diventano oblique, poi si piegano quando la sbatte nella terra.

Affondo nel fango e quello si attacca alle scarpe, mi fa più pesante. Il temporale ha fatto un sacco di rumore stanotte, forse per quello stamattina è tutto zitto: nel bar non c’è quasi nessuno, il circolo dei signori non è ancora aperto. 

È meglio così, posso scavare quanto voglio. Prendo la terra con le mani e la carico sul camion, la sbriciolo, alcuni grumi grossi cadono. Certe volte prendo una manata che sembra gigante e poi la spacco e dentro è vuota. Vado avanti dopo che ho spianato tutto con le ruote, ma il terreno è sempre uguale e mi frega in continuazione.

Mamma ogni tanto dice, andiamo ad abitare in campagna, qua stiamo sulla terra molle e manca poco che crolliamo, papà mentre mastica risponde che se crolliamo ci attacchiamo alla fede. Io non lo so se la fede ci regge, ma mio padre ha i muscoli più forti di tutti e io e mia mamma ci possiamo attaccare a lui. Penso a papà e a quanto è tosto e mi metto a scavare di più, con la polvere tutta sotto le unghie e il camioncino che lo riempio e lo svuoto, voglio fare come papà e scavare tutto finché non la riparo, questa strada di merda.

E mentre sposto il camioncino, vedo gente che risale la strada. Forse è giorno di mercato. Mi fermo un attimo e guardo tutti che piano piano, con le voci basse che mormorano, stanno andando verso casa mia. Penso a mamma che dice, non si può pesare troppo sulla terra, si fanno le voragini, e penso che tutto questo lavoro non l’ho fatto per niente: corro verso casa per cacciare le persone e mi trovo mamma appoggiata alla porta.

Senza guardarmi dice qualcosa sui fulmini e sulle maledizioni che io non capisco. Io le dico del camioncino, voglio raccontare a mio padre che sto riparando la strada.

Mamma mi dà un ceffone sulla faccia. La mano è sudata. Mia madre si mette a urlare e piega la testa, poi la schiena e poi le ginocchia, e cade a terra. Delle donne con gli scialli neri in testa la raccolgono, dalla bocca esce ancora la saliva. Qualcuno mi trascina via.

Ninetta mi toglie la terra di dosso, mi lava, mi asciuga. Mio padre gliene direbbe quattro, mio padre è forte come un sasso e non si fa sbriciolare dagli altri, e allora mentre Ninetta cerca di mettermi addosso un gilè nero io le sputo addosso per darle fastidio. Ninetta non fa altro che piangere e tapparmi la bocca. Mi ha rotto i coglioni. Glielo dico ad alta voce e vorrei la voce di mio padre, quella che fa sollevare le mattonelle del pavimento quando urla, che mi fa cagare addosso perché me le darà talmente forte che mi farà vomitare il pane e latte. Ninetta mi mette a sedere sulla sedia in cucina, vestito, e io mi sento una scodella di argilla che sta seccando.

Guardo dalla finestra. C’è un corteo che scende verso il punto dove la strada finisce, dove la stavo riparando con il mio nuovo camioncino rosso. Le persone escono da casa mia e sembrano in un film, tutti grigi e neri. Dopo non si vede niente, ma vanno tutti verso la curva, in mezzo a loro c’è una scatola marrone e lucida. Sembra un camioncino con tantissime ruote. Lo guida mio padre quel camion, così, forse, ha detto Ninetta, che mi stringe la faccia sulla pancia come se mi vuole assorbire, che io sono acqua e lei è uno straccio, Ninetta mi abbraccia e l’acqua esce da lei, le cola sulle guance e mi va nei capelli. Io sto fermo, perché voglio essere roccia e l’acqua me la immagino che scivola via.

Quando usciamo, camminiamo a passo veloce per raggiungere il camion grande. Le ruote si muovono una diversa dall’altra e fanno troppo rumore, non quello del motore ma della gente che parla piano e gli tremano le labbra. 

Passo là dov’è rimasto il camioncino, si è rovesciato perché è troppo pieno di terra. Ci torno più tardi, penso, mentre Ninetta mi tiene per mano e cammino oltre la curva dove finisce la strada. 

Federica Scazzariello

Editing di Silvia Rodinò