storiviste

Come rovesciare un secchiello 

Intervista a Raffaele Cataldo 

(Di me non sai, Accento Edizioni)

Non ci eravamo mai visti prima. 

Sapevo che aveva dieci anni più di me e che portava spesso un cappellino nelle foto. Che viene dal mare, e che il suo mare è più lontano e più bello del mio. 

Sapevo che abbiamo avuto la stessa insegnante, io e lui, ma in momenti diversi. E lo sentivo, per queste ragioni, vicino. Un compagno di banco.

Allora ci siamo incontrati in un posto semplice, una lavanderia a gettoni, perché entrambi dovevamo fare il bucato. E siamo usciti dai nostri appartamenti di città con il sacco dei panni sporchi tra le persone del sabato mattina. 

Non c’era nessuno quando sono entrata, solo il rumore delle prime lavatrici e due sacchetti vuoti ai loro piedi. Ho percorso il corridoio fino in fondo – il pavimento mi ricordava una partita a scacchi, e il fatto che non ci  sappia giocare – finché davanti all’ultima lavatrice ho appoggiato le mie cose.

L’aria era tanto umida lì dentro che sembrava di essere piombati in piena estate: poi Raffaele è arrivato e indossava un cappellino verde. Un ragazzo biondo è entrato alle sue spalle. Raffaele e io abbiamo parlato di detersivi monouso e macchinette automatiche e ho pensato che avremmo avuto tutti lo stesso odore.

— Hai presente quando senti un profumo per strada — gli ho chiesto — e dici: “Questo!” Questo profumo so dove l’ho sentito, so quando l’ho vissuto.

Non credo che Raffaele si aspettasse questa domanda, ma ha capito. 

“Un’aria pesante di falò, di fiori e di erbe riscaldate dalla terra e dal fuoco”, sono le parole di Davide, uno dei protagonisti del suo romanzo, Di me non sai. E Raffaele ha detto — Se dovessi scegliere un profumo che pervade la storia, per me, è questo. 

Me lo racconta come una traccia olfattiva che lo riporta all’infanzia, alle scampagnate di Pasquetta, come riporta Davide ai momenti di passione clandestina nei campi della Puglia, dove lui e il suo amante molto più maturo si incontravano e vivevano il loro amore.

— E la sentivi così, la scrittura di questo romanzo — gli chiedo — come un’aria che pesa?

Lui si ferma a pensarci, mentre riempie il cesto della lavatrice con i suoi panni bianchi. Dice che un’aria che pesa potrebbe essere una descrizione perfetta per tutte quelle storie che ti porti dietro per tanto tempo. 

E aggiunge: — Sono ancora impalpabili, rarefatte, un’insieme di immagini. Poi con la scrittura quelle suggestioni piovono in forma di parole, frasi, scene, personaggi… Questa storia ha pesato a lungo, su di me. Quasi infestandomi come una presenza. A volte la scrittura è anche liberarsi del peso che ci portiamo sulle spalle e respirare meglio.

Io ho avuto spesso l’impressione, leggendo le sue parole, che queste nascessero da un momento di respiro. A pieni polmoni, liberatorio. Me l’hanno suggerito tutte quelle immagini semplici e universali. La lotta alle zanzare, le scarpe schiacciate sotto ai talloni quando non si ha voglia di infilarle: immagini vive, che chiedono di essere guardate. Che servono a farti ritrovare vicino ai personaggi senza che te ne accorga. 

— Io ne ho anche una preferita — ho confessato. 

— Quando Lucio scopre le prime informazioni su WildOscar da una ricerca internet, ed è come rovesciare un secchiello, “pieno di tesori raccolti sulla battigia. Vecchie fotografie del liceo, quando il ragazzo portava ancora l’apparecchio; la scansione di una polaroid di quand’era bambino…”

— Io ho sempre avuto l’indole del collezionista, — mi racconta Raffaele — del raccoglitore di conchiglie. Lo faccio sempre, anche quando cammino per strada. Quando trovo un tesoro che non posso mettere in tasca lo fotografo, e poi cerco di infilare quell’immagine in una storia. Nel romanzo ho raccolto dettagli, ritrovamenti, amuleti che ho collezionato in tanti anni, forse da quando sono nato: semi e fiori spontanei raccolti ai margini delle strade, una giacca a vento fucsia, un vecchio cellulare a conchiglia. Truman Capote in A sangue freddo scrive: “Le cose piccole sono le sole cose che possiedi davvero.” Io penso sia così. 

Entra un altro uomo, dietro Raffaele. È venuto a tirare fuori i propri panni dall’asciugatrice; li infila in uno zaino a trama militare, li impila con cura.

— Tutti questi dettagli, questi piccoli oggetti, sono quello che abbiamo a disposizione per tenere in mano la realtà — ha concluso — e un libro è un piccolo oggetto con cui, almeno per un po’, riusciamo a trattenerla.

Siamo rimasti un po’ a guardare la schiuma formarsi contro il vetro e poi scomparire sotto i nostri vestiti.

— Lo sai, poi, cosa mi ha fatto ridere? — ho detto — Felice, l’amico di Lucio, è l’unica persona che lo rende contento.

Raffaele ha riso. 

— Felice è un nome difficile da gestire, in una storia. “Felice dice…” suona malissimo. E poi non si può più usare, come aggettivo, quando c’è un Felice nei paraggi.

— Però io amo questi nomi, e l’intera questione dell’affidare un nome a un personaggio.

— Anche io! — Ha continuato Raffaele — Per me uno dei piaceri più grandi dell’inventore storie è trovare i nomi per i personaggi. Mi diverte tantissimo. Il nome Lucio, per esempio, mi fa pensare in particolare alla luce dei fari di un’auto nelle campagne di notte, una ricerca disperata nel buio. Oppure Lorenzo, questo amore perduto, è un nome che viene da una vecchia rima dialettale diffusa nelle mie zone, la provincia di Bari. In italiano suonerebbe più o meno così: “I Lorenzi fanno perdere i sensi”. Come “Adone” o “Apollo”, il nome di un uomo bello, un dio solare.

Siamo rimasti solo noi due e il ragazzo biondo, che aspettava i suoi panni davanti all’asciugatrice. 

Davide, invece, in ebraico vuol dire “amato”— ha spiegato a bassa voce. 

— È anche il nome di un eroe che, pur giovanissimo, riesce ad abbattere un gigante. Così il mio Davide, un ragazzo di appena vent’anni, gioca a un gioco “da grandi”, incontra uomini molto più grandi e li affronta nudo, col pericolo di essere schiacciato dal loro desiderio.

Da grandi.

— Mi piace che tu dica “da grandi”. Il personaggio di Davide è il più piccolo ma è quello che osserviamo più spesso nella sua nudità, nella sua inconsapevolezza. Noi siamo cresciuti vedendo la nudità nei film come qualcosa di sempre sensuale e consapevole, quando nella realtà poi abbiamo scoperto gli imbarazzi, le imperfezioni, e tutto ciò che nessuno ci ha mai spiegato. Tu come ti sentivi a scoprire Davide, nel senso più timido del termine, a vederlo sotto la superficie? Cosa volevi che sapesse, quanto volevi che fosse consapevole?

Ci sediamo su un tavolino nella sala, appoggiando le schiene al muro. 

— Quando ho proposto questo romanzo ad Accento, l’ho descritto come un’educazione sentimentale, però “selvaggia” — ha iniziato. 

— Davide è completamente solo, vulnerabile e sprovveduto nella sua esplorazione di sé e degli altri. Inizia a frequentare uomini più grandi, spinto più dalla curiosità che dal desiderio. Si stupisce del sentirsi desiderato, cerca in altri corpi le conferme che gli mancano. Ma dopo l’abbandono di Lorenzo, la curiosità lascia il posto a qualcos’altro. Il sesso diventa una distrazione dalla sofferenza, una forma di castigo autoinflitto. Una lettrice fa un paragone per me perfetto: “Davide fa l’amore come un soldato che va in battaglia”.

Io ho cercato di scrivere di sesso come di qualunque altro aspetto della vita dei miei personaggi. Non è stato semplice. Uno dei miei grandi timori era che i lettori potessero considerare Di me non sai un libro pruriginoso, scritto con l’intento di scandalizzare o far eccitare. Se è successo, non era questa la mia intenzione. C’è una scena in cui Davide e Lucio vanno insieme al mare, in una spiaggetta quasi deserta, e Davide esprime il desiderio di fare il bagno nudo. Lucio, che è geloso di chiunque possa posare gli occhi su Davide, risponde piccato che per lui la nudità completa è poco erotica. Davide gli risponde “Voglio solo sapere cosa si prova”. 

Ecco, non mi interessava tanto il sesso, ma “cosa si prova” intorno al sesso. Le sue implicazioni psicologiche, emotive.

Di me non sai è una storia di non detti, racconta Raffaele — Su quanto poco possiamo o vogliamo conoscere di noi stessi e degli altri.

— E nel caso particolare di questo romanzo mi è stata utile la tecnologia per raccontare la difficoltà di entrare in contatto con qualcuno. Mi sono divertito a inventare un sito d’incontri, Dorian, proprio per sottolineare come online mostriamo solo una parte molto selezionata di noi, “un ritratto” da esporre perché lusinghiero. La tecnologia, così come il sesso, in questo romanzo sono scorciatoie che i personaggi imboccano nell’illusione di avvicinarsi all’altro, di stabilire una connessione profonda. Ma è un equivoco. Sia Lucio che Davide confondono la comunicazione istantanea delle chat e il sesso occasionale con la vera intimità, che invece è un’altra cosa.

Il ragazzo biondo accanto a noi esce a fumare una sigaretta. Ci guarda, ogni tanto, ma solo con la coda dell’occhio.

Mentre noi lo osserviamo da dentro, chiedo a Raffaele quale sia un momento di vera intimità. 

— Dove si concentra, secondo te, la vera intimità con una persona?

Lui mi risponde con un’immagine. 

— Due persone che, stando sedute, si toccano con un piede. Il braccio premuto contro quello dell’altro, un contatto fisico minimo che però vuol dire “Sono qui, sono con te, ci sono”. 

Ride: — Il mio compagno mi guarda sempre nelle orecchie per vedere se c’è del cerume, e io gli spazzolo via dalla barba i frammenti di pelle secca. L’intimità vera per me è questa: la familiarità dei corpi e dei pensieri. Provare tenerezza anche per i difetti, le imperfezioni, le impurità. Prendersi cura dell’altro come e più di quanto non faremmo con noi stessi

— Anche questa è un’educazione “selvaggia”, no? — ho detto, pensando al suo senso più animale e tenero.

Lui ha annuito, — Come le scimmie che si spulciano a vicenda. 

Quando il ragazzo biondo è rientrato, le nostre lavatrici avevano finito. Mentre i panni asciugavano, Raffaele mi ha raccontato dell’esergo che accompagna il suo libro. 

Ma non stare così tetro, 

la testa chinata sul petto.

— In quei versi Cvetaeva immagina di rivolgersi a qualcuno che si trova a camminare sulla sua tomba. Può sembrare eccessivo per un romanzo in cui, in fin dei conti, una vera e propria morte non c’è. Ma i personaggi, Davide soprattutto, vivono un lutto, uno strappo violento, che lascia una ferita difficile da sanare. “Forse un giorno”, si dice uno dei personaggi. 

Con leggerezza pensami,

– continua l’esergo – 

con leggerezza dimenticami.

Ci mancava ancora un po’ da aspettare, allora siamo usciti per le vie del sabato a prendere un caffè. Abbiamo lasciato alle nostre spalle il ragazzo biondo, mentre i nostri panni si asciugavano.

Chiara Puchetti

Editing di Alessandra Sola