editoriale

Editoriale ovvero Almanacco Kitsch di Maggio ’24

Ho accolto maggio come sono solita fare ormai da tempo: con una domanda e due ciliegie.

Adoro questo mese, avrei desiderato tanto nascervi e invece m’è toccato giugno che pure è affascinante per tante ragioni [prima tra tutte il mio principiare in questa vita] ma preferisco maggio! Me lo figuro rosso, come le ciliegie di cui vado ghiotta, e come una risposta che paziente, solenne e pronta attende di essere riscattata.

La domanda, dicevo, ha una subdolenza irritante, si insinua dappertutto pure nelle cose che vorrei fossero scevre dai miei pensieri tormentosi [i libri che leggo, per esempio – ma non è poi questo che dovrebbe fare la buona narrativa: spingere alla riflessione, porsi degli interrogativi?].

Così mentre leggevo una poesia di Raymond Carver, mi sono imbattuta nella parola amare. Niente di strano, se non fosse per il contesto totalmente opposto tra quello scelto da Carver e quello inteso da me: lui si era riferito al verbo amare [l’azione di provare e dimostrare amore per qualcuno], io ero orientata all’aggettivo plurale femminile di amaro. Sono dovuta tornare più volte a leggere quelle parole per riuscire a ricavare un senso da ciò che io cercavo di comprendere con il mio sentire. L’impasse è durato qualche secondo, il tempo di dirmi che era molto strano che stessi scambiando l’amarezza con l’amore. Ma ho lasciato perdere, ho cercato di non farci troppo caso. 

Poi di nuovo l’insolenza della domanda.

In palestra [che è un covo di grandi storie e ispirazioni], nello spogliatoio, una ragazza, credo una studentessa universitaria, si lamentava con una sua amica che non avrebbe potuto partecipare a una serata perché gli altri si erano organizzati e non avevano più posto in macchina. “Pur volendo andare in autobus all’andata, poi come torno? Resto a casa”, ha detto. Non mi sono soffermata a capire come sarebbe finita la questione, sono uscita dagli spogliatoi e ho preso ad allenarmi, ma per tutto il tempo non ho potuto non pensare a due parole: esclusività ed escluso. Curioso come entrambe condividano la stessa radice eppure abbiano due accezioni anche in questo caso contrarie: nella prima si denota qualche godimento [avere l’esclusiva su una notizia, una persona]; la seconda fa pensare a un tale che viene tenuto lontano di proposito [forse perché altri abbiano l’esclusiva?]. 

Non è curioso, strano ed indicativo di qualcosa confondere l’amaro e l’amore, il sentirmi esclusa e voler essere esclusiva per qualcuno? [la mia domanda]. 

Mentre aspetto la risposta dal mio mese preferito, consiglio le letture che pubblicheremo nei prossimi giorni: i racconti di  Alessandra Rampoldi, Federica Scazzarriello e la rubrica ideata da me e Mariapaola [che finalmente tornerà in auge]: Le storiviste, curata da Chiara Puchetti. 

Non mi resta che augurarvi buone ciliegie e buone letture.

Francesca Gentile