Cose che tutti vedono

Ultimi bocconi

Ultimo boccone, che il mio amoresiriano si premurava di lasciarmi alla fine del pasto – non importa che fosse dolce o salato, a patto che fosse l’ultimo – e nella prima lontananza mi scrisse: «Valeria, la nostalgia del tuo corpo ha la forma dello spicchio di arancia che lascio appassire nel piatto – immaginando di porgerlo alle tue piccole labbra». 

Così usava fare, l’amoresiriano, che nella città buia e devota alla crisi fumava e soffriva e beveva caffè; e sempre con la sigaretta in bilico tra il medio e la punta dell’anulare, sospesa – come la penna, lo sguardo cerchiato, la voce – nell’esitazione del poeta, lui, il poetasiriano. E nel piatto, l’ultimo boccone: per me, per le mie piccole labbra di bambina.

E io lo accettavo, lasciando che il mio corpo si ammorbidisse degli spigoli e del rigore dell’adolescenza, del mio metro e cinquantasei per trentatré chili d’un tempo, della competizione inesauribile con l’astrazione di un’idea: idea bidimensionale, bellezza ingannatrice, incorporea, tradimento femminile. Ma che male mi sono inflitta, che cosa sono stata capace di farmi. Ultimo boccone, unico pasto giornaliero concesso, ossessione dei miei quindici anni.

E ancora guardo al cubetto di formaggio che mi ripromisi, al centro della porcellana antiquata, adesso che il morbo è guarito ma resta il residuo rituale del taglio – incantesimo di riduzione e condivisione. Ne faccio a meno – per te, compagno che soffri la fame, per voi, uccelli che tornate al davanzale, e il prezzo della fedeltà è una crosta di pane. 

Ultimo boccone, pegno di frontiera tra il mio e il tuo, tra ciò che è ancora e a breve non sarà; costo della compagnia di un formicaio, indulgenza per i nostri peccati del mondo, non siam degni di partecipare alla mensa delle briciole, lasciamole agli insetti, ai fratelli randagi. Lasciamole – al vento.

Ultimo boccone ignorato sul centro del tavolo, offesa alla carestia, opposto del dattero che spezza il digiuno; boccone abbandonato, che gli ingordi guardano con disgusto e gli anoressici con desiderio e pietà. Che il caso ha voluto scartare, crudele destino degli ultimi; anche il desinare è una lotta di sopravvivenza. 

E non è ultimo il prediletto, quello che l’avidità conserva per gustarne infine il sapore: è ultimo il non visto, ignorato che segue il prescelto, derelitto, ch’è ormai troppo tardi per accogliere nei palati sopraffini, così raffreddato e squallido e grigio. Patetico. Ma ancora in tempo per le mie minuscole labbra di bambina. A loro piacciono sempre le umili cose dimentiche e sole. Se solo il poeta tornasse con una mandorla – una soltanto, l’ultima, spoglia, sarebbe abbastanza.

Nei giorni dell’infanzia salda di tenerezza bastavano, a saziarmi, le ciliegie rosse e limpide, sottratte alla grande ciotola di Caltagirone e nascoste sotto il tovagliolo. Ultimi bocconi, avidità di settenne che non sa – ma presagisce – Cesare Pavese e il saporedicielo. Quello di giugno è aspro e chiaro come una ciliegia prematura, è un funerale aperto a primavera sul sagrato di una chiesa di campagna: terra spalancata, terra scura, inerme, non più bruciante, ma già un poco fredda, come l’ombra e la sera. Delle ciliegie di giugno e del sud, che le acerbe siano le più buone, è un pensiero da ultimi bocconi. 

Sono stata, nell’infanzia anch’io, un ultimo boccone. E anche Cesare Pavese, a suo modo, fu un ultimo boccone. E l’amoresiriano, che soffre e fuma soltanto, e talvolta osserva e poi scrive – ma non più per me. Dicono di averlo visto nella città buia e in crisi consumare il suo pasto tutto da solo, senza avanzare niente. Ha altri pensieri, il poeta, e la bambina – che è straniera e viziata e dietro le spalle strette nasconde un passato piccolo come le sue labbra, un dolore individuale insignificante e inutile – non lo capirà. Entrambi vagheggiano la fame, ma mentre lei: capriccio di adolescente, lui: Gaza. Quello che all’una pare troppo poco, all’altro: abbastanza perché sopravviva un popolo intero.

Da allora non è cambiato molto: io m’immagino piccola anche se forse un poco sono cresciuta, e ricordo i giorni delle ciliegie più vicini di quelli dei trentatré chili, persino più chiari di quelli dei pochi pasti e molti caffè spesi con l’amorepoeta, il fumatoresiriano, insomma lui che mi ha abbandonata per soffrire e mangiare e talvolta piangere per conto suo. Io invece non piango, se non quando vedo un pasto sprecato, un avanzo buttato, mucchio di carta sudicia sul bordo di una strada, e alle lacrime do la ragione Palestina, anche se dentro è mancanza, è nevrosi ed è colpa. Dico: le creature stanno morendo di fame. Penso: questa volta l’ho perduto per sempre. 

Chiedo perdono, amore antico, amore morto, se prendo in prestito la tua scusa, ch’è alta e solenne come tutte le parole che vai pronunciando in arabo, parole di chi sa. Quanto è piccola «ingenuità», in confronto. Quanto squallida «amore», e «fine» insensata, e povera «vita». Poveravita. Le parole dell’assenza sono seducenti soltanto per chi non ne ha memoria.

Non per me, che di ultimi bocconi abbandonati nei piatti ne vedo a dozzine e mi figuro che siano segnali. Me scartata, che non faccio che avanzare, che mi buttano tra i rifiuti, concessione per gatti svogliati. Ti prego ricordo risparmiami. Ti prego passato trascurami. Che non faccio che inseguire l’alfabeto delle nuvole e delle forme in cielo per parlare coi morti – se è un ariete mi sta pensando, se un violoncello è con un’altra. Nevrosi lasciami in pace. 

Voglio luce esatta di settembre, inizio nuovo per corpo nuovo, primi giorni di scuola, grembiuli stirati e profumanti di madre; voglio mani di madre impomatate prima di dormire, regredire all’età infantile, ai tre anni e tre mesi di autunno duemilauno; che l’ultimo boccone sia il mio pasto perché sono una bambina piccolissima, non sappia i mali del mondo né la morte e la fame, non conosca amorisiriani; che non ci sia filo di grasso da combattere tra le mie cosce, che sia una bambina piccolissima e viva solo di ultimi bocconi e profumo di madre. 

Che le ciliegie le mangi snocciolate dalla premura di madre, masticate dalla bocca di madre, e le predilette siano per me le mature, grosse e nere, come piacciono a tutti i bambini e a tutti gli adulti e a tutti i vecchi sdentati del mondo, e me ne infischi di Cesare Pavese, del saporedicielo, di questo assurdo desiderio di diversità, quest’assurda paura di competizione. Che non abbia timore di gridare: «mia!», non tremi nella preghiera collettiva – e nel peccare da sola. Che mi nutra di terra. E le finestre non esiti chiuderle se ho freddo, che non pensi alla mosca che sbatterà.

Che io preferisca, all’amoresiriano, un amico che mi curi e m’insegni che l’ultimo boccone si possa dividere a metà, e che lo perdoni, infine, che le briciole bianche le lasci a lui, al suo capezzale, a un paio di versi dimenticati, al وكنت أحلى من أمي ومن بلدي, «ed eri più dolce di mia madre e del mio paese», mentire cronico degli innamorati – poesie che non tradurrò, mere calligrafie, circondate da tutto ciò che non sono riuscita a mangiare né a buttare. Che sia lieve la rinuncia. Che avanzi, sempre a ogni pasto, sulla tavola, una festa di more a cui tutti gli affamati del mondo possano venire a servirsi, che non finisca mai e poi mai.

Adesso che non so più niente / che il vuoto è una bella dimora / che ho passi senza arsura / che siedo e imparo / a esitare, adesso / che non sei più al centro / e quello che conta non è più / al centro / ma spostato tra le mani / dove dita si disarmano / e fanno un gesto limato, / adesso questa categorica bellezza / di rami e cieli / pugnala solo / perché entri luce.

[Chandra Livia Candiani, La precisione dell’amore]

Valeria Rando