racconti

Tutto, in tutte le direzioni

erto che me lo ricordo non lo dico mica per dire, quando potresti dimenticartene io me lo ricordo, è sempre e sempre con me con un accenno di nostalgia che tu puoi anche dire distorce, che mi fa ricordare quello che non era o comunque non come era, meglio di come era, se per aprire uno spazio come sto facendo adesso bisogna sempre passare col col col filtro ma normalmente non 

se il punto è che ci sono momenti come questo in cui i momenti appunto ritornano — se il punto è che nel momento che ritornano sono con te fino alla fine — se il punto è che io seduto qua li sto facendo ritornare in un ordine che sembra a caso ma a caso non è — se il punto è che sono momenti che a dirli a parole sono già insufficienti perché a te cioè e me si vedono in un istante e non ce la faccio a stare dietro alle immagini con le parole — se allora è vero che si passano i momenti come lo stiamo passando adesso e adesso e quello che è appena passato — allora c’è proprio lì forse il segreto, forse il lo sto dicendo proprio per questo e il fatto che lo sto dicendo ha non una funzione ma un peso diciamo — il fatto che tu non stai parlando e io sì — qualcuno di noi due ha deciso che è meglio così e in — qualcuno che non siamo noi ha deciso che la cosa grossa che dovevamo fare domani o dopodomani non arriva, arrivano solo le cose di ieri e l’altroieri ma non le cose grosse, arrivano le cose piccole che perdono che perdono tempo, che noi, che io perdevo tempo in minuti e ore che mi dicevo allora non ritornano —

che la luce che c’è ora, e che quella cosa nel cielo che ormai è tardi, che ormai è qua dentro di noi e ci mangia come ci mangiano — siamo troppo vicini — qualcuno di noi due ha deciso dicevo che la situazione poteva procedere così e che io dovevo parlare e che tu dovevi non parlare o decidevi di non parlare, ma che l’ho deciso io o che l’hai deciso tu non lo so dire — se l’ho deciso io mi scuso — ma io non posso lasciarlo andare ora, il qui e ora dico, e è una cosa di egoismo sicuramente o almeno in parte, anche il fatto che io sto parlando e tu no, ma è un egoismo che, dice il mio egoismo, mi posso permettere, mi sono in qualche modo guadagnato —

capisci niente di tutto questo sembra ultimo — contro ogni previsione, contro ogni cosa che mi ero aspettato negli infiniti momenti prima della fine che vedi già che controsenso — niente è ultimo, e non ho perso tempo — questa è una cosa che mi premeva accettare — non accettare, sottolineare — capire — che mentre pensavo di vivere i momenti come un film e non come un momento, e quindi mentre mi dicevo che avrei dovuto vivere i momenti come quelli che erano come momenti e non come film, come da dentro e non guardandoli da fuori, — come pensavo che stavo perdendo i momenti non era vero — li stavo fissando contro la memoria, cioè dentro — e ognuno che sembrava il finale, l’ultimo che avrei perso, era seguito da un altro e un altro e un altro —

e sì mi ricordo mi ricordo e quanto di quello che mi ricordo sono pubblicità non ci crederesti — che se ci penso voglio strapparmi la testa dal collo — ma mi ricordo le cose che gli altri con cui mi sono incrociato non — che non importa se le ricorda qualcun altro — e per favore credimi che non sto cercando — la tentazione di dire qualcosa di poetico o meglio di sapere che visto dal difuori quello che sto cercando di dire può essere può sembrare può e deve essere sentito come poetico, che non può essere letto diversamente, che ma non è così — ché la poesia non è per i momenti — la poesia è in differita la poesia è prepararsi il momento prima o dopo ma mai durante — e io prometto che non ho preparato niente — e ho preparato tutto se vogliamo — il momento il questo è il momento in cui ho la fretta di dire e lo so che

no non è esatto che ho la fretta è questo che non riesco a dire bene — anche adesso quella cosa là nel cielo non la sto guardando tanto come è o per come è vicina o per come ci sta già mangiando ma la sto guardando per come ti illumina in modo particolare — capiscimi, la sto guardando come se ci fosse, come se ci sarà un momento successivo che verrà in cui potrò riguardare questo

questo non è quello che c’è di importante ora, oggettivamente, ma è quello che mi rimane, capisci — ma anche mentre lo dico capisco che rimanere non è neanche la parola giusta — e per quanto ci sto girando intorno non sto neanche arrivando a dire finalmente che cos’è che mi rimane ma ritornando a quello che dicevo sulla poesia ti assicuro che non sono momenti poetici appunto — non è la sera d’estate con la madre sul portico non è la fidanzata con gli occhi di stelle — è questo — forse — che sto cercando di dire: sono s non sono giornate luminose sono pezzi comuni, sono secondi singoli insignificanti normali, e sono tutti qua capisci — fanno folla e non stanno zitti, te lo assicuro — e mentre stanno

e ti assicuro che lo capisco e lo accetto che è una grande prepotenza quella che sto facendo e che il mio accettarlo e capirlo non toglie dal fatto che è una grande prepotenza — ma sono tutti qua, banali come sono sono qua seduti insieme a noi — e guardano la stessa cosa che guardiamo noi — e sono tutti insieme allo stesso tempo per come li ricordo per come li sento in gola — se vogliamo dire una sensazione fisica — che mi devo sforzare di parlare superandoli, diciamo — che mi sto sforzando come probabilmente ti stai sforzando tu ad ascoltare se mi stai ascoltando se non mi stai ascoltando va bene lo stesso — lo so che capirlo e dirlo non serve a niente, o non cambia le cose come stanno ma

vedi c’è un grande ma che sto girando intorno e non riesco a dire — perché come lo formulo mi pare definitivo cioè mi pare — un giudizio che mi do da solo che mi autoassolvo che quasi mi pare un bambino — cioè io un bambino che si accarezza dopo che è caduto, che si mette in bocca il taglio sul dito — definitivo non è la parola giusta perché come dicevo prima sembra uno dei tanti, un momento della serie e non l’ultimo, ma è l’ultimo — e guardando l’ultimo mi sento di dire — 

che tutto quello che c’era prima prima di oggi e di adesso — quello che c’è prima, perché c’è anche adesso — che niente è stato inutile

che niente è stato inutile

che niente ascoltami è stato inutile

che niente è stato perso, che casa mia chiusa e buia mentre io letteralmente ammazzavo il tempo, che non è stato inutile, che un momento che si riforma adesso dentro e mi preme e mi spinge con una forza del genere non può essere stato inutile

che niente è stato tempo perso

che non esiste il tempo perso

capiscimi ora che l’ho fatto uscire fuori anche se so che non c’è pericolo che mi interrompi — capisci che il tempo che ho passato l’ho passato vivo — che non se n’è andato in silenzio senza lasciare traccia — e quindi è vissuto come me, oltre che con me

che è stato tutto il tempo della mia vita e quindi insostituibile

che anche il tempo che ho cercato di perdere non si è fatto perdere, e infatti ora mi saluta e mi dice te l’avevo detto

è il tempo che avevo paura di perdere

e il tempo che ho passato nella paura di perdere

e anche il rumore che il taglio della lista della spesa cioè del bigliettino che avevo in tasca faceva sul dito mentre tiravo fuori la mano dalla tasca che per il freddo si era la mano non la tasca quasi bloccata del tutto

e le lacrime che all’improvviso quella volta che stavo parlando con te mi uscivano e io cieco proprio perché ci siamo detti stavamo sotto un albero che chissà che polline ha ma io non ero mai stato allergico quindi non ci avrei pensato 

e la schiena che se mentre stavo seduto aspettavo un po’ si ricaricava e se mi giravo in una certa maniera scrocchiava ma forte

e tutte le volte che ho rimbalzato la gamba che non mi riusciva a stare ferma che anche adesso a dire il vero che sarei curioso di avere un conteggio se qualcuno le avesse potute contare ché io non ho potuto

e sto cercando di lasciare fuori la pubblicità come ti dicevo ma sento che non è colpa mia e quindi ci metto anche quella dello yogurt che c’era bisogno di renderla così sessuale? ma eccola qua c’è anche lei

quanta musica probabilmente di merda

ecco ora che ci ho pensato ecco che non posso non pensarci 

my only hope you’re my telescope faceva mamma mia

che poi era anche una band fuori tempo che cercava di fare i fine novanta inizio duemila quando erano passati già da un po’ 

ma appunto neanche quello mi sento di condannare perché ero un bambino anche io diciamo

ecco però vedi anche qualcosa di meglio adesso tipo Phoebe Bridgers

pure mezzo a contraddirmi rispetto a quello che dicevo prima sulla poesia o sui momenti poetici o sul bisogno di pensare momenti poetici o di pensare che i momenti che stai pensando siano poetici per il solo fatto che li stai pensando in un momento come questo ecco mezzo a contraddirmi posso dirti che qualche paesaggio c’è, qualche paesaggio che mi ricordo

e non è paura della morte o del buio no — o il mio dire che non è paura nasconde in realtà bla bla bla ci siamo capiti — ma è semplicemente che ammetto quella che è stata la mia debolezza sempre e che sempre mi sono portato dietro — che è tutto importante, sempre, ogni giorno, ogni ora, tutto merita attenzione

come avrai capito sicuramente non riesco a spiegarmi ma il fatto di provarci mi pare che già sia qualcosa e se ci ritorno è solo per

e sì lo so ripeto sono tante parole quelle che ho detto e non hanno sicuramente un ordine particolare e ancora più sicuramente una forma che si capisca e vanno avanti in tutte le direzioni — mi diresti se in questo momento decidessi di parlare che sto vomitando — ma forse appunto — e in tutte queste parole e il solo dirlo mi fa ridere — in queste parole le uniche che non ho detto sono quelle che forse ti avrei dovuto dire come prime — prima ancora di iniziare tutto questo mentre ancora stavamo a guardare in silenzio quella cazzo di cosa nel  — quella cazzo di cosa nel cielo

e forse neanche un permesso che di avrei dovuto chiedere, ma forse sì — tutto questo giro per dire che forse avrei dovuto chiederti se per favore posso perdere anche il tuo te

Giorgio Castriota Skanderbegh