racconti

Berlino a pezzi

Alberto ha  gli occhi così chiari che spesso lacrimano alla luce del sole. 

Da ragazzi ci scherzava su, diceva che per quello amava la notte; in effetti, con il buio si comportava in modo molto diverso rispetto al giorno. Al mattino restava zitto, mi salutava muovendo appena la testa; le sere invece le passavamo a parlare fino a tardi sui sedili della sua jeep, la radio spenta. Solo in quelle occasioni lo riconoscevo davvero: facevamo commenti su quanto erano stronzi i nostri padri o su quanto avremmo voluto andare via da quel paese dove c’erano ancora le case di pietra – e lui sarebbe partito davvero. Nei momenti di silenzio mi giravo e sbirciavo le stelle e la luna fuori dal finestrino. Quando stavo con lui valevo qualcosa: Alberto era bravo a far sentire le persone speciali: Vuoi sapere una cosa che non ho mai detto a nessuno? Non raccontarla, è un segreto.
Mi era sempre piaciuto quel tipo di amicizia, quella che a tratti diventava manipolazione.

Mi hanno detto che tornerà presto da Berlino. La prossima settimana. L’ultima volta che è venuto in visita ci siamo visti a casa sua: era difficile trovare ancora qualcosa da dirci dopo tutti quegli anni. Per non disturbare siamo andati nella sua camera, come se fossimo entrambi ospiti. Era la camera dove Alberto era cresciuto: armadi con su attaccati gli adesivi, stelle fosforescenti sui muri, un trionfo di poster adolescenziali mai levati, per pigrizia, e un mucchio di roba ad accumulare polvere. Mi sono seduto sul letto e lui a fianco a me. Mi ha parlato di cose che a me non interessavano più, e di gente di cui non mi ricordavo nemmeno i nomi, suoi vecchi compagni delle superiori che frequentava ancora, di tanto in tanto, nelle rare occasioni in cui veniva a stare da sua madre. E poi ha preso a raccontare di Berlino:  – Ti ricordi di quando pensavo di non potercela fare?
Me lo ricordavo bene, e un po’ mi mancavano le sue insicurezze. Quella persona che mi telefonava all’una – io appena uscito dalla cucina del ristorante – e mi diceva che era finita, che apriva il computer e cercava i voli per l’Italia, due volte al giorno. Poi la frequenza delle telefonate è diminuita. Se non ti chiama, vuol dire che sta bene. Cerca di esserne felice. 

Alla fine è arrivato. Gli scrivo su WhatsApp. 

“Casa mia, casa tua?” 

“No dai, andiamo in qualche posto”. 

Ci mettiamo d’accordo, lo passo a prendere io. Accosto sul vialetto. Mentre lo aspetto guardo bene la sua casa: la luce del soggiorno è sempre accesa, ho iniziato a farci caso qualche anno dopo che se ne è andato. Resta accesa anche quando torno dal lavoro, in piena notte. Ogni tanto mi pare di intravedere sua madre dalla finestra, guarda fuori.

Arriviamo in un bar che frequento di solito. Alberto entra come se fosse un cliente abituale. Si sente subito a suo agio in un posto pieno di gente. Me lo dice anche:   – Mi piace stare in mezzo alla gente. 

Questo finché non saluto la cameriera:  – Chi è? La conosci, è di qui?

Ha l’ansia di essersi perso qualcosa, i suoi occhi azzurri mi inchiodano. Con gli anni hanno preso il colore del cielo di Berlino: grigio, spento.

Parliamo ancora del passato, di ricordi, la cosa più facile da affrontare per rompere il ghiaccio tra vecchi amici, necessaria ora che l’alcol non ci ha ancora scaldati. Torniamo ai tempi della scuola; eravamo così simili da piccoli. Banchi uno accanto all’altro, un metro tra le nostre sedie. Ancora non capisco come hanno fatto le nostre vite a diventare così diverse. Sembravano scelte piccole: a che scuola superiore ti vuoi iscrivere? E l’università? Avrei potuto andarmene anche io, quando mi ha chiesto se volevo partire con lui.

È una festa che non finisce mai mi dice, e parla della sua vita. Racconta di come è abituato a mangiare sempre fuori, cibi che io non avevo mai sentito nominare, tutto questo sapore umami, i cocktail che vanno di moda in quel momento. E poi le ragazze, un riflesso delle infinite possibilità che offre la città. In che altro modo dovremmo vivere i vent’anni? Provo un fremito a vederlo vantarsi, un piccolo orgoglio per qualcosa di non mio.
Sembra splendida Berlino, vista da qui.

La sensazione viene presto attutita. Da vicino noto la sua pancia strizzata dalla cintura, il viso segnato dalle ore piccole. Più intravedo i suoi difetti più lo vedo spegnersi, come le stelle fosforescenti sui muri della sua stanza. Accolgo anche gli inganni, purché mi parlino di mondi che non sono il mio. Lo ascolto con entusiasmo fino alla fine, non perdo una parola. 

Ultimo acquisto: il tappeto da mille euro per il suo monolocale in affitto:La casa si presenta bene quando ci entri mi fa vedere le foto come se fosse suo figlio. Tutti i mobili in legno, il resto bianco, il bianco delle tazze Ikea. Qualche stampa appesa al muro:  – Mi preparo per quando verrà a trovarmi mia mamma mi dice  – magari per Pasqua.
Vuole rendere la sua casa accogliente, diametralmente opposta a quella che ha qui. Non so se servirà a qualcosa, sua madre non è mai andata da lui negli ultimi tre anni. 

Arriva l’ora di andare a casa, mi rendo conto che non gli ho detto niente di me, degli ultimi mesi, del lavoro nuovo.  – Sempre il solito mi dice ridendo.  – Non cambi mai.  Mi dà una pacca sulla spalla: sono rassicurante, una garanzia, un posto dove tornare. Rimango zitto, so che sta provando a farmi un complimento. Provo a ridere anche io mentre mi immagino nella sua casa, padrone. Ringrazio che stasera abbia preferito andare in un bar, così non ho dovuto fargli vedere dove abito.

Andiamo alla cassa.  

Puoi fare tu? Mi deve ancora arrivare lo stipendio. 

Sto per chiedergli che ne fa dei suoi soldi, se non ha un conto in banca. Mi fermo, non domando. Cerco il portafoglio, pago con bancomat. Lui guarda il telefono, distratto.

Alberto riparte. Forse tornerà in estate, vediamo come sono i voli. Se ne va e lascia una giornata di bel tempo, che lui odierebbe. Io al contrario ne approfitto per fare una camminata prima di iniziare il turno. Mi sento impaziente, ho bisogno di muovermi. La passeggiata diventa corsa. Perché non provi anche tu a mandare qualche curriculum? Un italiano che fa il tuo lavoro lo prendono subito. 

Le scarpe da ginnastica affondano nel fango. Sono stufo di fare sempre questa strada – i prati dietro casa mia li conosco da una vita -, allora mi allontano così tanto che ho paura di arrivare tardi a lavoro. Mi guardo attorno e so quali larici sono pronti a germogliare come so quali case rimarranno vuote nei prossimi anni. Non riesco a distanziarmi abbastanza da vedere un futuro sbiadito. È tutto netto e preciso, scandito nelle falcate regolari della corsa.

Il sole mi va negli occhi, li chiudo forte, lacrimano. Non reggono più tanta luce, guardo su e vedo il cielo di Berlino. 

Giulia Zoratti

Editing di Silvia Rodinò