racconti

Epitome dell’errore

Ho un refuso nel pensiero,

un piccolo tarlo che mi 

fa sentire sempre in errore:

è evidente il suo maleodore,

e lo scaccio e ritorna, 

ritorna e lo scaccio,

non riesco a metterlo in

un sacco. Mi fa forse compagnia

la sensazione che in ogni cosa

che faccio un errore ci sia?

Maestranze, spiegate le vele,

si vola lontano,

lontano dal posto in cui

galleggia l’errore che

sempre mi fece credere

di vivere nel disonore. 

Si può dir così: una mattina molto presto mi sono svegliata dopo inquiete turbe matrimoniali. Perché ora russi, perché tremi un po’, vai sul divano?, lasciami riposare. 

Ho preso treni, insegnato a ragazzini molesti e gentili, fatto tutto quello che dovevo fare, nel frattempo comprato un tappeto: fucsia, a inserti fucsia, celesti e violetti. 

Ho scritto al quasi coniuge inerte nella mattina invasa dalla mia presenza distante: “Il mattimonio è un istituzione borghese ma con te non è male”, incautamente pubblicato la conversazione tra le storie private di Instagram ma non incautamente per il lapsus (bello) ma per l’orrore ortografico (un po’ meno). Io, esimia correttrice di bozze in pectore per una importante casa editrice, insegnante di belle lettere, scrittrice a tempo perso e pieno, sbagliare un apostrofo? Sì, naturalmente capita e gli errori sono la porta della conoscenza ecc. ecc., ma insomma. 

Spietatamente mi è stato fatto notare, da un severissimo amico. L’ho presa bene, ci ho scherzato, detto: evidentemente può essermi passato per la testa solo che istituzione borghese uguale brutto uguale maschile. 

La giornata ha continuato ad andare per il verso giusto, è arrivato il tappeto, ho fatto le chiacchiere, ho chiamato un cristiano per un lavoro importantissimo di insonorizzazione che mi salverà la salute mentale. 

Ma l’errore stava lì. Avrò chiuso male la conversazione? Avrò sbagliato di nuovo? Ho timore di sbagliare, ora, ho detto, ogni parola. L’errore sta sempre lì, in quasi ogni mio gesto, inammissibile, imperituro, eterno, e anche circolare e noiosissimo, chiaramente. 

Insomma ho girellato in libreria. C’era da trovare qualcosa sugli errori. Ho guardato un po’, escluso Il diario degli errori di Flaiano ho finito le idee. E allora ecco, sono passata ad altro, l’amour, toujours l’amour

Ho aperto il carteggio di Sibilla Aleramo e Dino Campana, solo che era un libro strano, non mi trovavo. Che modo strano di dirsi l’amore, pensavo, che noia saggistica, che strano carteggio, non sembrano lettere, non sono lettere. Difatti non lo erano: di Aleramo solo la copertina (Feltrinelli, tascabile), dentro Galimberti, un minacciosissimo saggio di Galimberti per intero, Vizi capitali o qualcosa di analogo. Amore fuori, vizi dentro, molto bene, molto adatto. La libraia era stupita quanto me: non le era mai capitato. 

Ho tenuto traccia fotografica dell’errore, lasciato il libro a malincuore, fatto di nuovo tutto quello che andava fatto, la giornata ha continuato ad andare bene. 

Dopo una cena buona con il quasimarito che si era nel frattempo tolto i sassolini dai denti (perché devono essere nelle scarpe?) ho scritto al severissimo amico, mandato i reperti fotografici. Mi piace strabiliare con poco tenendo il filo conduttore del giorno. Perché l’errore non era solo quello dei libri matrioska. 

Quando ho visto il libro dentro al libro e ho pensato di raccontarlo ho pensato: è l’epitome dell’errore. Sappiate che epitome è figura retorica che mi ha insegnato tanti anni fa il severissimo. Personificazione, mi è stato insegnato. Ma l’ho cercato, sai mai, in una giornata così. Difatti è sbagliato. Sunto, significa, compendio, il resto è solo un traslato, per cui l’ho detto: Forse mi sono sempre sbagliato, mi è stato risposto. Allora ho voluto essere morbida, non come per la spietatezza dell’apostrofo: Resto affezionata alla versione sbagliata, è bella, ma non ho avuto risposta.

Chiara Merli

Editing di Antonio Russo De Vivo