racconti

Perché le Variazioni Goldberg?

Il modello in dotazione non era dei più nuovi: l’avevano definita una rigenerazione in ottimo stato, ma apparteneva comunque alla serie più avanzata. Valutarono GAE la soluzione migliore per il completamento del progetto urbanistico affidatomi dallo studio governativo. I dispositivi copilota erano da considerarsi in comodato d’uso, come ci teneva sempre a sottolineare la nostra responsabile. Qualsiasi danneggiamento per uso improprio, ribadiva al momento della consegna, sarà ripagato di tasca vostra, intesi? 

Mentre firmavo il contratto d’appalto pattuendo i tempi di consegna, sbirciai verso di lei: guardava con discrezione un punto fisso davanti a sé, senza mostrare alcun segno d’interesse rispetto alla conversazione tra me e la progettista. Notai che si sforzava di battere le palpebre secondo una frequenza umana. 

In ascensore, non appena le ante metalliche si richiusero scorrendo alle nostre spalle, disse: 

– Avresti dovuto chiedere una deroga in caso di virus o hackeraggio, accade durante il 73% degli utilizzi su rete domestica. 

Sollevò gli occhi verso di me: erano tondi e gialli, come quelli di una pantera. 

– Ma non ti preoccupare – continuò – si tratta di una clausola ricompilabile, domani lo faremo insieme. 

Le risposi che allora era vero, dimostrava di essere proprio sveglia come dicevano i miei colleghi, e dovetti sforzarmi di non posarle una mano sulla sommità della testa. Avevo letto da qualche parte che ai nuovi modelli applicavano parrucche di capelli veri e i suoi erano neri, lucidissimi.

Arrivate a casa, GAE sedette sul divano aprendo le mani sopra le ginocchia: le gambe non arrivavano neppure a toccare il pavimento. Si guardò intorno, esplorando le ampie vetrate che s’aprivano come voragini sulla città, sorvolando la moquette color carta da zucchero e le pareti spoglie. 

Mi chiese se il fatto di non avere una famiglia e dei figli fosse dovuto a una scelta o al caso. Le risposi che questo genere di domande non erano di sua pertinenza. 

– Sono davvero onorata di esserti copilota nel progetto Smart Economcity Next, Utente 197 – disse.

I primi giorni mi aspettava al computer, in piedi accanto alla scrivania, un soldatino in miniatura. Un mattino le chiesi se le andasse di tenermi compagnia mentre finivo di fare colazione. Le misi un cuscino sopra la sedia perché arrivasse meglio al tavolo; lei suggerì di offrirle una tazza di caffè per aiutarla a contestualizzare meglio la nostra interazione. Mi domandai, vista l’età che sembrava avere, se non fosse meglio un bicchiere di latte, ma scartai il pensiero con rapidità. Mentre una spirale di fumo serpeggiava tra il mio viso e il suo, le chiesi se avesse mantenuto qualche ricordo dei progetti copilotati in precedenza. Afferrò la tazza con una mano, soffiandoci sopra con le sue labbra né carnose né sottili. L’esile filo di condensa ondeggiò e si spense. 

– No – rispose – Per questioni di privacy e di pulizia del sistema operativo vengo resettata alla fine di ogni programma da copilota. 

– Quindi per te è come ricominciare da capo, ogni volta? 

Appoggiò la tazza davanti a sé, liberando uno schiocco soddisfatto tra lingua e palato: non ne aveva bevuto neanche un sorso. 

– Esatto, Utente 197. Non conservo memoria delle mie interazioni precedenti in modo cosciente; tutto quello che esperisco a livello comportamentale e verbale verrà rielaborato dall’algoritmo madre per arricchire le mie risorse e mantenerle attive nei contratti di lavoro successivi. 

– In effetti è così che ci costruiamo una coscienza e un’identità, – le risposi sovrappensiero – Attraverso esperienze stratificate nel subconscio. 

Balzò giù dalla sedia, lisciandosi la salopette a fiori con i palmi aperti. 

Tra pochi minuti è ora di cominciare: posso aiutarti a rimettere in ordine? 

Gli occhi da pantera scattavano da un punto all’altro della cucina, calcolando distanze e tragitti degli eventuali compiti da svolgere, esattamente come avrebbe fatto un felino irrequieto spostandosi da un mobile all’altro, la coda nervosa, oscillante. 

– La disposizione delle tue mensole è asimmetrica rispetto al piano cucina, disse. Se posso permettermi, collocarle a sinistra della zona cottura avrebbe reso i tuoi spostamenti più funzionali. Sorrisi.

Non preoccuparti GAE, rimetterò in ordine io più tardi. Aspettami alla postazione, ti raggiungo tra poco. 

Le piaceva Bach. Durante le sessioni di programmazione copilotata, proiettava sulla lavagna ologramica, irradiata dal busto, le mie proposte di rigenerazione urbana, secondo i nuovi criteri stabiliti dal Ministero per l’Evoluzione della Specie, includendo migliorie, suggerimenti, 

segnalando potenziali falle strutturali. Muovendomi tra le ombreggiature zigrinate del rendering tridimensionale, spostavo cilindri e parallelepipedi fluorescenti, chiedendo di ricalcolare grandezze e spese di mantenimento energetico. Allora GAE domandava se poteva ascoltare le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. 

Non appena le prime note scaturivano dagli altoparlanti, i suoi circuiti surriscaldati si distendevano, o almeno, così si esprimeva al riguardo. Al di là del nucleo di massima competenza a cui era assegnata, la neo-architettura, era come se in GAE avessero inserito delle capacità mimetiche del linguaggio, realizzate nella peculiarità di una terminologia vicina all’organico, al vivente. 

I circuiti dovevano rilassarsi, la concentrazione si affievoliva, in lei pulsavano bisogni ricreativi, accuratamente selezionati dagli sviluppatori. Come le Variazioni Goldberg, ad esempio. Benché fossi tentata di considerarla una scelta personale, selezionata dall’algoritmo in mezzo a una cerchia più o meno ristretta di possibilità, non potevo ignorare l’impronta invisibile di qualche sviluppatore melomane. Inseminata da estranee memorie, in circolazione come tossine, GAE s’era fatta involontario deposito di scorie emotive con accesso a senso unico. 

Avrei voluto chiederle Perché le Variazioni Goldberg?, nonostante sapessi che qualsiasi risposta mi avesse offerto non sarebbe stata la sua, ma l’elaborazione statisticamente bilanciata da chissà quante altre. O forse le Variazioni Goldberg le stava ascoltando chi aveva ultimato l’IA generativa di GAE? Anche con le macchine, non facciamo altro che tramandare le abitudini, i traumi che ci appartengono.

A un certo punto decisi che non aveva senso per me domandare e per lei rispondere. Mi alzai dalla scrivania e presi a ondeggiare per la stanza, attraversando i palazzi fantasma e gli snodi stradali ectoplasmatici a braccia spalancate, gli occhi semichiusi. Non sapevo se lei stesse capendo cosa avveniva al mio corpo, fasciata dalle luci che deformavo al mio passaggio: intuii che forse, fin lì, non erano ancora arrivati. 

– Provaci, GAE!

– Di cosa si tratta, Utente 197?

Le note del pianoforte si fecero più rapide, affrettate.

– Danza. Il corpo segue la musica. Prova!

Con buffa, aritmica titubanza, GAE provò a muoversi al suono della sua musica preferita, in un modo che nessuno le aveva integrato prima nel sistema, e la vidi per quella che avrebbe potuto essere: una bambina che esplorava il mondo, e sé stessa. Quel giorno insegnai alla super-intelligenza più sofisticata dei nostri tempi il twist, la techno, e come si balla il rock ‘n’ roll investite dalle note di un sassofono. Mi resi conto che non l’avevo ancora mai sentita ridere: il suono che le usciva tra i denti sembrava un frantumarsi di quarzi, fibre ottiche e metalli preziosi. 

S’interruppe di colpo, come se la sua funzionalità principale fosse riemersa con prepotenza tra le righe dello script. 

– È ora di riprendere il nostro lavoro, Utente 197. Ma voglio ringraziarti davvero per queste nuove, utili nozioni musicali.

  Osservai il modo in cui riprese il proprio funzionamento, ristabilizzando le matrici luminose che fino a poco prima si erano trasformate in palpitanti luci stroboscopiche per il nostro palcoscenico domestico. Ritornai alla mia postazione davanti al computer. Raddrizzai il colletto della camicia, accavallai le gambe. Mi affrettai a dirle:

– Accedi alla modalità drone per ottenere una panoramica aerea della sezione D-4, GAE.

I suoi occhi avvamparono come lune d’agosto.

Compresi a fondo il motivo per cui le avevano dato sembianze bambine. Non solo perché, introducendo il modello, si erano ridotte le percentuali di molestie sul luogo di lavoro rispetto a quelli dove impiegavano le robot femmina adulte. Da anni ormai non era più un tabù ammettere cosa rappresentasse a livello psicologico l’essere copilotati da un’intelligenza superiore a qualsiasi altra mente umana: era sfiancante, spesso deprimente. Ma con questa serie composta da modelli bambini era diverso: i loro completi da scuola elementare, le loro lentiggini e i denti da latte erano in grado di risvegliare un sentimento nostalgico, protettivo. Collaborare con una bambina robot non aveva nulla a che vedere con la frustrazione e la rabbia scatenate da un modello adulto. 

GAE si stava ricaricando tramite il cavo d’alimentazione collegato al suo timpano destro quando una sera sullo schermo del televisore, in un canale remoto popolato da vecchi film e commedie musicali, apparve Mary Poppins, sospinta dal vento dell’Est, l’ombrello nero spiegato nel cielo. Mi diressi dalla cucina verso il divano e trovai GAE seduta a una delle estremità, la schiena rigida, le mani sopra le rotule, gli occhi felini spalancati a dismisura.

– Utente 197, di cosa si tratta?

Mi sedetti accanto a lei. 

– Mary Poppins. È una domestica e baby-sitter eccezionale, un po’ rigida ed esigente, ma in grado di fare molte magie e prendersi cura dei bambini che gli sono stati affidati.

– Vola, con un ombrello – tagliò corto GAE – Perché?

– Può fare molte altre cose in apparenza impossibili. Dopo tutto, è Mary Poppins. Ti va di guardarlo insieme?

Mi fissò, sospettosa. Poi chiese quale fosse a mio parere l’oggetto che potesse aiutarla a contestualizzare al meglio la situazione. Finsi di pensarci un po’ su; poi le dissi che una bella coppa di gelato o dei pop-corn sarebbero stati l’ideale, e che era libera di scegliere quello che preferiva.

– Quello che preferisco… – ripeté. Mi sembrò che, dopo tutto quel tempo, se lo stesse chiedendo davvero per la prima volta. Si voltò inquadrandomi nei suoi larghi occhi d’ambra e rispose che preferiva il gelato, possibilmente alla crema. Mary Poppins era impegnata a misurare la statura di Michael e Jane, leggendo sul metro atipico, ad alta voce, le loro rispettive personalità. Dissi a GAE che ci saremmo fatte portare dal taxi-drone il miglior gelato alla crema di tutto il quartiere. Rise, con quel suo rumore scintillante di ghiaia e gemme sfregate in gola.

Scoprii che attraverso suggestioni imperative di ruolo, GAE poteva esplorare la propria personalità sotto diversi punti di vista, così come il mondo che la circondava o i progetti a cui si stava dedicando: una sorta di schizofrenia indotta.

Fu per questo che cominciai a imporle di valutare la nostra Smart Economcity Next in modo diverso. Durante il processo di revisione finale, dissi che le avrei insegnato un nuovo gioco: Facciamo finta che, dove lei avrebbe dovuto immedesimarsi nella persona-target da me proposta, attingendo al suo database demografico. Le chiesi quindi di fornirmi un’ipotesi d’utilizzo dei tunnel di connessione tra RSA e shopping mall, pensandosi come un anziano di ottant’anni che non aveva mai acquisito dimestichezza con la tecnologia. Sollevai lo sguardo dall’autocad, fissando il riverbero d’ocra che cerchiava le sue pupille mentre computava la risposta più verosimile. 

– Rimarrei bloccato… a metà strada – disse – spaventato dal rumore d’iperventilazione dei tunnel di collegamento, non trovando il coraggio di utilizzare le cripto-password del sistema informatico riconoscitivo.
– Ok, GAE. Ora facciamo finta che tu sia un’adolescente femmina di quindici anni: come valuteresti le soluzioni applicate ai centri privati per l’acceleramento cognitivo?

 Le sue ciocche corvine sfolgorarono simili a lastre d’acciaio: rispose che la sua attenzione era già abbondantemente deteriorata dall’iperconnettività d’apprendimento e ricreativa, e che i centri privati per l’acceleramento cognitivo, nonostante gli investimenti governativi, non avrebbero fatto altro che peggiorare la situazione. Mi disse che, secondo la sua analisi, era stata con l’80% delle probabilità cyberbullizzata numerose volte dall’età di otto anni, e che il futuro era qualcosa di rovinato e sbiadito che non la riguardava. 

Andammo così avanti per ore che divennero giorni, questionando le stesse scelte neo-architettoniche che fino a qualche settimana prima erano risultate le più ottimali, le più efficienti per una delle tante Smart City commissionate dal Ministero. Alla fine di una notte estenuante le domandai per chi la stessimo costruendo, questa città. Le nostre ombre si confondevano con il resto del mobilio; mi resi conto di essere seduta al modo in cui lo faceva lei: schiena dritta, palmi stretti intorno alle ginocchia. Dall’altra parte della stanza, i suoi occhi pulsarono di un bagliore breve, siderale. 

Rispose che questo genere di domande non erano di sua pertinenza.

Quando cestinai l’intero progetto, rimuovendolo dalla sua memoria interna la sera prima della consegna, GAE non tentò di dissuadermi, né mi propose di salvarne una copia di back-up. Sapevamo entrambe come sarebbe andata a finire: io licenziata, lei restituita e resettata. Solo una di noi due avrebbe ricordato quello che avevamo fallito, insieme. O forse no.

Il giorno dopo mi svegliai poco prima dell’alba. Le Variazioni Goldberg riecheggiavano per casa, di stanza in stanza. Seguii la musica fino al salotto, dove le vetrate si affacciavano sulla città addormentata: sembrava l’esoscheletro di un insetto gigantesco. Trovai GAE immobile, la fronte schiacciata contro la finestra. I polpastrelli sopra il vetro si muovevano leggeri, come a rincorrere gocce di pioggia o voli d’uccello. 

Marta Cristofanini

editing di Alessandra Sola