racconti

Le mani

Le mani prima del gesto. Le unghie smaltate del colore della crema di marroni. Cesellate a filo di dito. Il pollice e l’indice, lunghi una danza, affusolano la cartina. Calano il sipario. 

Se la guardo in copertina, sul frontespizio del volto trovo subito il tocco inferto dalla biologia alla sua natura: due sopracciglia folte, rigide nei contorni del ritratto che è lei stessa anche da fuori. Nelle foto su Instagram è sempre un’ombra, una sagoma dietro un’opera d’arte con cui non si misura. Secondo la mia ragazza è persino una dea. 

– Io? Quanti me ne daresti?

e fuma, sospira e i denti sono il pettine con cui sfoltisce l’accento dalle parole. Non ne avevo intuito la provenienza prima che ce la dicesse. 

– Vabbe’, ok, trentasei

e rabbocca, stringe gli occhi, le fossette sulle guance, quelle dita e noto i solchi dell’età tutti d’un colpo. Se l’avessero ibernata prima di morire e scongelata adesso, mia madre avrebbe avuto la sua stessa età. E ciò mi affascina, mi fa capire perché secondo la mia ragazza questa donna sarebbe da venerare.

Siamo chiusi rispetto al mondo in un tavolino da tre posti, tondo come le curve delle unghie di lei. Quelle della mia ragazza invece sono scorniciate dall’ansia come le pareti dei palazzi antichi. Se M. T. è una dea, F. è una principessa. Una di quelle che scende le scale in broccato, l’anello smeraldo, lo sguardo severo, il passo che struscia con l’abito. 

     Un volto spagnolo; quello di M. T. non saprei dire. Quando ci dice che siamo ancora giovani, che ventotto anni o ventitré non sono nulla, c’è ancora tempo, ancora ci credo. Penso di nuovo al fatto che mia mamma aveva la sua età quando mi consigliava come rapportarmi ai nuovi compagni delle scuole medie, quando mi chiese per la prima e ultima volta se mi piacesse qualcuna in particolare. Nessuna, soltanto te. Poi vennero tutte.

A quel tavolo parliamo di noi, di me e di F., di lei che ci ha incontrato per caso davanti al locale. Parliamo di autofiction, di un’opera prima partorita dal suo autore solamente dopo anni di raccolta dati e finalmente, eccolo là, c’è ancora tempo

È la notte di Halloween, F. indossa un cerchietto rosso, l’abito è blu sul petto, giallo alle maniche, provvisto di gonna: è Biancaneve. E la mia maschera a riposo di Jigsaw dona un volto a una parte di tavolo rimasta sgombra dai taralli e dai calici di vino. Beviamo soltanto io e M. T., F. ha già dato prima, quando eravamo soltanto due. 

Mentre scorro il vino in gola, col bicchiere ad occhiale sbircio l’osso del polso di M.T. che svicola dal maglioncino forse verde scuro, le si addicerebbe. 

A mia madre piaceva il verde, la sua Opel Agila era verde bottiglia. L’ha ereditata mio nonno paterno, popolandola di fumo e tante chiacchiere rimaste immutate nella mia memoria.

Anche i dettagli della sua mano sinistra che tiene l’MS mentre guida e guarda avanti e parla male della Juventus e degli Agnelli, o di quando a un suo amico dallo scarico del cesso di una casa di campagna spuntò un ratto che gli morse i coglioni. Da allora ho sempre ripensato a quell’ipotesi, seduto a cagare. Piscio in piedi non per sesso ma per i ricordi di una narrazione. 

Le mani di M. T. sono la prima risposta che trassi da un autoscatto allo specchio che si fece qualche foto fa, postato su Instagram. Mani grandi, stesso smalto reso nero dal filtro vintage, che se coprissero il volto lo celerebbero cullandolo dagli orrori come una mamma copre il figlio per le scene di sesso o sangue, insieme al cinema, una domenica pomeriggio d’inverno. Lo fa perché c’è ancora tempo. Poi accadrà di tutto.

In ogni donna vedo mia madre e cerco il senso di averne avuta una. Ancora. 

Sono femminile; ho tratti femminili nel fisico smilzo da chi non ama fare palestra ma non ho le forme, il profumo, i piedi così, le mani come M. T. o come F. o come tutte quelle a cui ho permesso che mi facessero sentire piccolo. 

     Tipo I. che si scatta anche lei allo specchio un selfie grigio e ha la mano che regge il telefono che pare più grande del suo volto, lo copre tutto, che sia il mio che si riflette sullo scatto o sia il suo o un precedente, quello di quando era amata e si amava e odiava allo stesso modo. Anche lei ha trentasei anni, mi pare, me la ricordano in troppe la mia mancanza.

Poi le mani calde di G. sulla mia faccia, quinto ginnasio, un’erezione che avrei sperato spegnere in un bagno o tra le fiamme del suo tocco così troppo necessario: le piacevo così tanto, disse.

– La nostra rivista in realtà cerca dei testi che siano autofiction, cioè      elementi biografici che si mescolino a una storia che non per forza deve essere reale –, dice. 

– Tipo come fa Cartarescu, insomma – le rispondo. – Sto leggendo Abbacinante e ci stanno gli stessi nomi e situazioni che in Solenoide e Travesti quindi immagino sia roba che ha vissuto, però dentro ci mette anche immagini assurde, scene surreali, ricordi. – 

F. mi guarda perché è innamorata di me. Lo fa sempre così. Con gli occhi grandi, leggermente obliqui, da gatto o bambina, mi legge e allunga la sua mano racchiusa, firmata da un tatuaggio, io la copro, la rivolto, stringo, le lascio coprire la mia. Anche in questo c’è mia madre. E tutte quelle mancate.

Nel frattempo parliamo ancora, M.T. ride e segmenta la sua storia: che ha il nome di una nonna; che ha vissuto a Napoli per tanti anni; che le ricorda molte cose belle. Se la guardo abbasso subito gli occhi e fermo il tempo del suo ticchettare fissandole il dorso del palmo, che avrebbe un sapore se fossi sé stessa: il lato migliore dell’essere un uomo. 

F. mi fissa, ricambio il suo sguardo sentendomi addosso qualcosa che ho sempre cercato di ricordare. 

– Ehi, mi dici che mi ami, per favore?

– Certo che ti amo, sei l’amore della mia vita. – Soltanto te.

Siamo in tre, seduti a un tavolo, cerchio perfetto e ritrovo di anni e punti di vista diversi. F. non sa che penso che M. T. sia davvero una dea perché ha un’età che ho reso immortale. M. T. non sa che cosa traducono dal greco del suo portamento i miei occhi: se la tristezza dello sguardo è finzione o solamente la realtà della mia arcata che affossa e incupisce.

Sono qui, sedute a un tavolo, due regine distanti due occhi; occhi in cerca di sovrane per questa catastrofe che chiamerete essere orfani del lato più dolce e che io considero – non sempre – una benedizione per lo sguardo e la sua trascrizione più estrema. Quelle mani, prima del gesto, prima del riflesso del mio didentro, le ho viste da solo. Come ogni volta da quando lo sono. Anche adesso.

Luciano De Vivo

Editing di Piergiorgio Andreani