racconti

Invidia

La sua stanza era quella in fondo al corridoio, vicina alle porte d’emergenza. In quello spazio non era permesso fumare, ma lo facevano tutti, e lei più degli altri. Usciva dalla camera in tuta blu, spingeva la sedia a ruote con un braccio solo mentre l’altra mano era impegnata a reggere la sigaretta. Parlava molto, anche quando fumava. Raccontava di sé, della sua vita professionale – era infermiera –, di un fidanzato di cui non faceva mai il nome, della sua cicatrice. Con quella voce carezzevole e i gesti gentili si era guadagnata una buona reputazione nell’intero primo piano. Si lavava i capelli biondo rame un giorno sì e uno no, incurante delle regole che prescrivevano di non accendere il phon nelle ore serali. L’ordine era importante, così diceva. Conosceva tutti per nome e per malattia, sapeva i progressi e i fallimenti di ognuno, aiutava a scrivere il turno degli infermieri sulla tabella di fronte ai bagni e rideva alle battute della dottoressa che la visitava più frequentemente di altri, anche più di me.

Portava scarpe alla moda, sebbene non avesse certo intenzione di consumarne le suole. Prendeva quattro pastiglie al giorno per il dolore, ma sul suo volto un’espressione di disagio o una ruga di sopportazione non gliel’ho mai viste.

Io non prendevo farmaci. Soffrivo in silenzio, con i punti che mi tiravano la sutura della nuova ferita. Quando la sentivo parlare della sua diagnosi, mi affrettavo a raggiungere la mia stanza. Mi isolavo dalla sua stupidità.

Una comunissima spondilolistesi.

Non le credetti mai, ma gli altri sì. Non parlavo con loro, il mio silenzio valeva per il mio disprezzo.

Non era mai sola. Abbracciava i nuovi arrivati e brindava con il bicchierino in cui prendeva il lassativo.

Mi ero ripromessa che con me non avrebbe attaccato. All’epoca, non sapevo far altro che odiare.

Era sera. Avevamo cenato da un pezzo. L’atrio principale era illuminato soltanto dai neon d’emergenza. Stavano per chiudere le porte ma non mi importava. Avevo in me fame di ribellione, soprattutto dopo la consueta telefonata ai miei genitori – sensi di colpa, accuse, qualche lacrima, silenzi.

C’era qualche disperato insieme a me. Un paio di coma farmacologici del secondo piano ai quali le madri pulivano la bocca con un fazzoletto di cotone, per non arrossare la pelle.

Un tumorale del piano terra, invece, veniva richiamato in stanza dal padre.

Non c’era molto da fare, se non guardarsi le mani e chiedersi quando avessimo commesso peccato. Io però non mi chiedevo niente. Girovagavo senza meta e pensavo al tempo che scorre. Un tale spreco.

La vidi svoltare l’angolo con quella sua postura robotica. Mi affrettai a raggiungere le scale. Feci finta di non sentirla quando storpiò il mio nome con il suo dialetto del nord.

Ma l’eco mi tradì; fu così forte da pietrificarmi. I pochi presenti presero a fissarci, un espediente per sconfiggere la noia.

Ressi il corrimano con la mano destra. Piantai un piede sul secondo scalino, l’altro sul terzo.

− Ilaria ripeté. Mi voltai con grande sforzo e me la trovai a pochi passi. Si alzò dalla sedia a ruote e coprì con le sue gambe l’ultimo metro che ci separava. Una novità che mi diede fastidio.

Era alta, più di quello che avevo sempre stimato. Mi guardava negli occhi, spavalda di quel vantaggio biologico. Io rimasi impassibile.

− Ti sei operata molte volte alla colonna attaccò, per niente in imbarazzo. In fondo aveva ragione lei. In quel posto era così che iniziava una conversazione: come ti sei rovinata il corpo?

− Ho una sindrome.

− Che sindrome?

− Jarcho Levin.

− Non l’ho mai sentita. Cosa voleva? Mettere in discussione la mia autorità?

−Non ci siamo mai parlate disse. −Eppure dovremmo essere solidali. Abbiamo passato più o meno le stesse cose.

Stai mentendo. Giochi sporco, stronza.

− Ma tu sei messa meglio. Già cammini molto continuò. Chiusi gli occhi per non urlarle contro. Quella comunanza la presi come insulto. Lei non era come me.

− Io sento ancora le gambe rigide e deboli, sono tormentata dai formicolii e poi il dolore… non puoi capire.

Uno dei coma farmacologici nell’atrio emise un suono gutturale di vomito imminente. Non lo guardai, per pudore. Lei voltò subito la testa e annuì con dolcezza. Poi tornò a me.

− Un’operazione del genere ti cambia la vita. Non puoi più fare le cose di prima: lo sport, i mestieri di casa, il lavoro…

Fui sul punto di risponderle con la sola arma che avevo – il numero dei miei interventi chirurgici – per riscattare una riverenza che sentivo di meritare. Ma lei fu più veloce e mi interruppe:

− Persino il sesso in certe posizioni ora mi è vietato.

Era davvero convinta di quello che diceva. Cos’era quella, felicità? Felicità di appartenere a qualcosa, a qualsiasi cosa, anche alla schiera degli infermi?

Non gliela diedi vinta.

− Una spondilolistesi è una sciocchezza.

Mi guardò, pupille dilatate. Poi tornò a sorridere, muscoli tirati.

− Comunque mi hanno dato dei prodotti per la cicatrice. Tu che crema hai usato?

Che crema hai usato? Il mio sangue!

− Non ho usato creme.

− Oh, tesoro rispose indignata, −ma allora le tue cicatrici saranno così fibrose… Lasciò sedimentare quel termine medicalmente perfetto.

− Devi prenderti cura di te, non hai una bella cera. Non lo conosci il detto? Mens sana in corpore sano.

Cos’era, uno scherzo? Osava davvero parlare di salute?

Le rispose il ronzio del respiratore del coma farmacologico poco distante.

− So badare benissimo a me stessa

− Posso vedere la tua schiena?

Tacqui e mi voltai con una forza che mi provocò uno spasmo, ero mossa dall’intenzione di andarmene. Feci uno scalino, quando sentii la sua voce farsi gutturale: −Ho detto: posso vedere la tua schiena?

Il no mi morì sulle labbra. Le davo ancora le spalle, quando sentii strattonarmi dal collo della maglietta bianca che indossavo.

Percepii lo strappo violento della cucitura che cede. Provai a reggermi al corrimano con quel braccio destro così inabile al normale movimento, ma persi la presa. La sua era la forza della vendetta.

Stetti in aria qualche frazione di secondo, ma pensai a tutto: all’anestesia, al bisturi insanguinato, alle flebo, ai punti di sutura in pericolo, alle protesi, alla mia pelle viva. E poi, soprattutto, nel momento in cui il mio corpo cadde sul pavimento grigio, pensai al dolore. Trattenni il respiro per un istante. Il mio sguardo si fissò sulla cupola di vetro dell’edificio.

Vidi la luna e le stelle, indifferenti al mio schianto. Erano lontane anni luce da lì.

Ero nuda, nuda e fradicia del mio sudore acre, scossa dagli spasmi dei muscoli e dall’elettricità dei nervi, mentre lei se ne stava immobile al mio fianco. Poi fece un passo nella mia direzione: mi toccò con la punta della scarpa un braccio e mi scavalcò.

− Non giocare con il fuoco o finisci per bruciarti.

Riprese la carrozzina, si sedette e si allontanò.

Io rimasi lì, stesa sul pavimento freddo, con il piccolo seno scoperto e una maglietta lacerata. Sentii un grumo umido e viscoso all’altezza della sutura.

L’ultima cosa che udii, tra le risate:

− E comunque, la tua è proprio una brutta schiena.

Ilaria Parlanti

Editing di Antonio Russo De Vivo