racconti

Cose che non so

Papà è un tipo strano.

O almeno così dicono qua, io non ci avevo mai pensato. Qua, alla centrale, dicono che non si fanno queste cose, dicono a sottovoce che i pazzi le fanno, queste cose.

 – Papà ha sempre avuto un sacco di mappegli dico. 

Ed è vero, le ha sempre avute, e ci ha sempre portato a vedere cose di questo tipo, che piacciono

a lui. Burroni, scogliere, pozzi. Li vedevamo, e basta. A volte facevamo picnic vicino. E papà raccontava delle cose su questi posti. Non erano belle storie, ma erano storie.

Cerco di spiegarlo, al poliziotto, alla signora gentile che mi ha messo la copertina sulle spalle e mi fa giocare col pongo mentre parliamo. 

 – Avete mai pensato che burrone vuol dire grande burro?gli dico. 

La prima volta che papà ha detto che andavamo al burrone io mi aspettavo un burro enorme da leccare, che tutti ci saremmo messi in fila con il coltello e il pezzo di pane per toglierne dei pezzetti e imburrare il pane e poi fare il picnic di fronte al grande burro: io, Duccio, mamma e papà.

La signora gentile e il poliziotto si guardano, lei muove la bocca. 

 – È lo shock dice senza usare la voce, perché così io non capisco. 

Io invece capisco ma non lo dico. Non sanno che so leggere le labbra. Certe abilità è meglio tenerle segrete. Come l’abilità di papà a leggere le mappe.

Mi chiedono se papà è cattivo. 

 – No. Papà non è cattivo. Almeno non credo. Con la mamma non si davano i baci, questo è vero, ma penso che non sempre darsi i baci vuol dire volersi bene. 

Mi chiedono come ci siamo arrivati lì, al pozzo.

E io rispondo che al pozzo ci andavamo spesso, che papà ci tendeva una corda sopra e giocavamo a camminarci da un lato all’altro, in due balzi ce la si faceva, ma papà non ci provava mai. Ci guardava e basta, come guardava i burroni. 

I poliziotti si guardano un attimo, poi parlano di nuovo. 

 – Quindi ieri eravate là per fare questo gioco?

 – Ma no, cercavamo Duccio. 

E loro si guardano di nuovo. Inizio a odiare, come lo fanno.

 – Chi è Duccio?

 – Ma come chi è Duccio, È il mio micione, che però si è perso. A proposito, dov’è? 

Nel pozzo non era, c’erano solo insetti e il buio. Papà aveva detto che era lì, dopo che era scappato nel bosco. Aveva detto proprio così, dopo che Duccio era scappato via, che era di sicuro finito dentro il pozzo. A me sembrava strano che Duccio fosse andato in un pozzo, non è mica stupido il mio micione, per questo non ci sono entrata. Ci ho solo guardato, ho preso il cellulare della mamma e ho acceso la torcia e guardato in fondo al pozzo. Ma la luce non arrivava abbastanza in fondo. 

Era davvero profondo, sapete? E Duccio neanche lo sentivo, e papà ha detto che dovevo guardare più in fondo, e io lo chiamavo ma Duccio non era lì. 

E poi ho sentito le mani sulla schiena, e poi il ruzzolare e tutto il fango, la terra in bocca fino in fondo. E per un po’ ho dormito, credo, ma poi il cellulare della mamma non era rotto per fortuna e poi ho pregato tanto: Ave Maria, Padre nostro che sei nei Cieli e tutto il resto, anche Eterno Riposo, e poi sono arrivati. 

Bravi, son venuti subito: pompieri, carabinieri e tutti gli altri, voi. Dov’è papà?

Non rispondono. Guardo il pupazzetto che ho fatto col pongo, volevo fare Duccio ma non ci

assomiglia mica.

 – E la mamma?

 – Ancora non lo sa? ancora con le labbra.

 – Cos’è che non so? 

Loro mi guardano sorpresi, non credevano sapessi leggere le labbra.

Non mi importa se scoprono il mio segreto, io voglio solo Duccio e la mia mamma, e di tutte le

altre cose che non so non mi importa più niente.

Voglio solo Duccio e la mia mamma.

Giacomo Canton

Editing di Silvia Rodinò