racconti

La fune

Patrizio fruga nello zaino da trekking con un ghigno sulla faccia. Dovevo capire che aveva in mente qualcosa quando ho visto che portava una sacca così grande, ma sapevo che mi avrebbe dato una risposta evasiva e che io non avrei insistito, per cui ho lasciato perdere.

Vorrei soltanto ondeggiare nell’oblio della corrente e nel ronzio delle libellule che sfregano appena il pelo dell’acqua, e invece l’orecchio e l’occhio sinistro tendono verso Patrizio, e lo vedo, la pelle abbronzata, i capelli paglierini che spuntano dal cappello, gli occhi fervidi, che estrae qualcosa dallo zaino.

Non ha caldo? Come fa a non venirgli voglia di tuffarsi, e perché io non gli dico di farlo? Una lunga corda arancione. È la prima volta che la vedo, deve averla comprata mentre ero via per lavoro.

Dovrei chiedergli a cosa serve, e perché gli brillano gli occhi come se avesse la febbre, invece mi inabisso. L’acqua gelida mi punge le cosce, il buio mi accoglie. Ciuffi di alghe mi lambiscono le caviglie. Scivolo sul limo che ricopre i ciottoli, e dopo un po’ un lieve formicolio si propaga nel petto. Mi piace questo pulviscolo vischioso che aleggia nella corrente annebbiandomi la vista. Dovrei risalire. Mi sforzo di stare in equilibrio sul fondo, ma i sassi ruvidi mi sfiorano appena le piante dei piedi, la corrente mi spinge via. 

Guardo in alto. Il mondo è un fascio di pulviscolo luminoso. Il formicolio nel petto si fa bruciore, vorrei aggrapparmi a qualcosa, anche a questo pesce che mi guarda spaesato, alla fine devo cedere.

– Pensavo volessi rimanere laggiù.

Mi volto a cercare Patrizio. Sulla sponda del fiume c’è soltanto la pelle svuotata dello zaino. A uno degli alberi, però, è legata la fune. La seguo con lo sguardo mentre ancora afferro l’aria e le gocce mi piovono frettolose dalla faccia. Per primi vedo i piedi, che si flettono nello sforzo anomalo di mantenere l’equilibrio, poi i polpacci e le cosce tese. Mi soffermo sulla sua schiena increspata di avvallamenti e crepacci disegnati dallo sforzo. Mi accorgo che sto trattenendo il fiato. Ha legato la fune troppo in alto, a tronchi troppo lisci. Ha creato pericolo dove non ce n’era. 

Per un attimo una gamba gli si solleva, entrambe poi si allargano mentre il busto s’inclina nella direzione opposta, scosso da un tremito che gli fa sobbalzare i muscoli dalle costole agli zigomi tremuli sotto gli occhi nocciola offuscati da un’ombra di preoccupazione. In uno scatto, però, riporta il corpo in asse. Con altri due passi, arriva ad abbracciare il tronco dell’albero. Un piede ancora sulla fune, l’altro su un ramo, si volta verso di me e ride.

– Tuffati – gli dico, ma la sua risata si smorza, fa tre respiri profondi, chiude gli occhi, stende le braccia e torna indietro. Io m’immergo di nuovo, per non vedere. Dal fondo, aspetto ogni momento che l’acqua sopra di me si squarci. Non accade, respiro il fondale torbido. 

Con un colpo di coda una grossa carpa sguscia via. Stringo una radice che spunta dal fango e resto aggrappata finché non mi gira la testa e i polmoni non graffiano contro le costole.

Un rumore soffocato si propaga nella corrente, immagino Patrizio che mi chiama, ma qui, sott’acqua, si avviluppa e contorce. Le linee di fango per un momento compongono il volto di un uomo. Mio padre. Somiglia a Patrizio, lo stesso naso affilato, gli occhi pungenti. L’immagine si dissolve, torna soltanto fango. Mi sgancio e mi spingo verso la luce che fluttua sulla superficie.

Riemergo boccheggiando. Patrizio ha quasi completato il ritorno, gli mancano un paio di passi. Li fa quasi di corsa, poi si lascia cadere, afferra il ramo con le mani e atterra con una capriola. Si rialza e ride. Per un attimo mi sembra davvero papà, col corpo tutto in tensione e le scapole che pungono aguzze la pelle.

Mi punta un dito contro.

– Sta a te.

– No – scuoto la testa.

– Fifona.

– L’hai fissata troppo in alto, abbassala.

– No, altrimenti che sfida è!

Dovrei rispondergli che non c’è bisogno di nessuna sfida, ma sto zitta e nuoto verso riva. Abbandonare il gorgoglio del fiume mi costa una fatica immane, e mi trattengo con i piedi ancora a mollo nella corrente, finché Patrizio non mi stringe un braccio. 

– Vieni – dice. Mi solleva, mi conduce sotto l’albero e mi afferra per i fianchi per sollevarmi.

– Aspetta, ho paura.

– Hai sempre paura. O dici sempre di averne – ridacchia, e con una mano mi infastidisce sul collo. Per sfuggirgli salto e mi aggrappo a un ramo. Un attimo dopo le piante dei piedi grattano sulla corteccia grinzosa.

Quando poggio il piede la fune si flette e mi spinge via verso l’alto, proprio come faceva l’acqua. Niente mi vuole. Allargo le braccia, stendo le dita, inspiro, comincio a camminare. Cerco di regolare i respiri ma non ci riesco, mi raschiano le mucose, s’incastrano fra le costole, si perdono nelle orecchie.

Sono a metà del percorso. 

– Non guardare giù! 

Chino la testa. L’acqua del fiume è mutata, non più corrente placida, ma un turbine schiumoso. Le gambe diventano cemento, si fermano paralizzate. Sull’altra sponda, una figura. Papà. Tiene le mani in tasca e mi guarda fisso, la solita felpa grigia col simbolo della sua squadra stampato sopra, i pantaloni corti. Dietro di lui non c’è la muraglia verde di rami, ma una parete bianca. Sotto di me non gorgoglia più l’acqua verdastra, ma fischia un vento striato di fiocchi di neve.

Mamma era morta da nemmeno sei mesi, ma alla prima nevicata papà ci aveva comunque portate, me e mia sorella Clara, in montagna. Qualcuno doveva avergli suggerito che poteva essere una buona idea, che sciando ci saremmo distratte. Ma non ci aveva portate a sciare. Eravamo, invece, bloccati lungo una parete rocciosa, a metà di un sentiero che, avrei scoperto anni dopo, era segnalato come molto pericoloso. Ma papà non si era fermato, neanche quando mia sorella aveva iniziato a piangere così forte che temevo frantumasse le lastre di ghiaccio sopra di noi e ci uccidesse facendoci travolgere da una slavina. Io non piangevo. Non ho mai pianto, e forse ho iniziato proprio allora ad apprezzare il sapore delle lacrime quando mi costringo a ingoiarle. Quel sapore caldo, piccante, che sento anche adesso.

Mio padre si voltò a guardarci. Da sotto la cornice di pelo del cappuccio vidi solo gli occhi infiammati dal sangue. La barba rada era diventata bianca di ghiaccio.

– Andiamo – urlava − siamo quasi in cima.

Mi voltai verso mia sorella. In ginocchio, piangeva con la testa rovesciata all’indietro. Il muco che le usciva dal naso le si congelava subito sul labbro rosso.

– Forza, siamo quasi arrivati – urlò di nuovo papà, poi si voltò ricominciando ad arrampicarsi.

Io, sollevando le gambe per estrarre i passi dalla neve, mi avvicinai a mia sorella e la abbracciai, cercando, mentre assorbivo il contraccolpo dei suoi singulti, di passarle un po’ di calore. Sentendo il suo corpo acquietarsi iniziai a temere che la paura fosse l’unica forza che la teneva in vita, e che si sarebbe sfarinata fra le mie braccia in una folata di neve.

– Se rimanete ferme vi congelerete, continuate ad arrampicarvi! – mi arrivò, portata dal vento, la voce di mio padre. Gli mostrai il dito medio, strinsi più forte Clara, e la trascinai verso valle.

Un brivido mi scuote, ho le mani strette sulla corteccia.

“Mio padre voleva morire portandoci con sé”, realizzo, e subito abbraccio l’albero che mi cosparge col suo pulviscolo grigio.

– Ehi – mi chiama Patrizio dall’altra sponda – guarda che devi anche tornare indietro –. Ride. Il calore delle lacrime mi scorre sulla faccia, non sono riuscita a trattenerle, questa volta.

– Forza! – mi grida con la voce di papà. 

La fune si flette sotto il mio peso, il corpo oscilla, si piega. “Non gli riusciva di sopportare di essere sopravvissuto alla morte di mamma”. Nonostante il sole di tarda primavera, sono intirizzita dal gelo di decenni fa, e a ogni passo le mie giunture stridono di dolore. Sento lo sguardo di Patrizio che mi preme sul petto, indeciso fra portarmi a riva o spingermi giù. Se arrivassi dall’altra parte non sarebbe migliore di me. A metà del cammino si alza d’improvviso un vento sferzante. La gravità si sposta nel vuoto fuori dal mio corpo. Per un attimo mi rifletto nella corrente, e vedo la paura che mi stringe la faccia, poi un refolo di spuma mi cancella. I nervi s’incendiano. Cerco di spingermi di nuovo in posizione giusta, ma poi capisco, e un fiotto di dolore mi strizza le viscere e stride lungo la spina dorsale fino alla base del cervello. Mio padre voleva essere migliore. Mamma era morta sola, lui voleva portare qualcuno con sé. Forse neanche lo sapeva, forse sognava, senza ricordarlo al mattino, di incontrarla nell’aldilà e schernirla, anche mentre lei si dilaniava sapendoci morte. 

O forse no, forse la condanna dei morti è non sentire più niente, neanche un dolore così intenso.

Torno in equilibrio. Il vento domato si acquieta. Sono in perfetta stasi, sospesa sull’acqua cristallizzata. L’asse del mondo mi attraversa. Se volessi muovermi, io rimarrei immobile, il pianeta s’inclinerebbe.

Poi sento Patrizio chiamarmi.

– Se ce la fai siamo pari.

Il tempo ricomincia a correre lungo linee ignote. L’acqua gorgoglia, le cortecce delle betulle scricchiolano, il vento torna ad alzarsi. Parità, tutto quello che è disposto a concedermi.

– Tornate qui – mi porta il vento la voce di mio padre – tornate, non ce la faccio così.

Non sapeva morire da solo. 

Guardo Patrizio dritto negli occhi. Mi sorride, solleva la mano e mi fa cenno di avanzare. Tendo i muscoli e mi tuffo.

Dario Landi

Editing di Elena Chiattelli