racconti

Il Pedaggio

I quattordici anni avevano il sapore di frizzy pazzy, mentolo e saliva.

C’era Tessa, per esempio, che millantava mani sotto la maglia e reggiseni slacciati; il suo fisico da acciuga pigiato contro il busto puberale di chissà chi nei bagni al primo piano del liceo. Annina aveva lasciato su un colletto il segno delle sue labbra, la traccia scintillante del gloss alla ciliegia. Mimì, la più coraggiosa di noi, non s’era nemmeno nascosta: l’avevamo vista all’uscita di scuola, fronte contro fronte a un ragazzetto biondo della classe davanti la nostra. Anche Leti, la mia migliore amica, si era portata in bagno un ragazzo, addirittura più grande, e aveva lasciato la gomma da masticare sotto il lavandino per infilargli la lingua in bocca. Quella gomma era diventata il monumento al suo primo bacio.

Lo confessò un pomeriggio di maggio, quando i compiti da fare si esaurivano presto e le giornate si allungavano come un elastico. Non eravamo sole come avrei voluto, in camera sua c’erano anche Mimì, Annina e Tessa, sedute su un tappeto morbido e colorato dove giusto un paio d’anni prima facevamo giocare le bambole. Parlavamo di cose che ci parevano molto serie: saluti da togliere o restituire ad altre ragazze che ci gravitavano attorno ma che non erano, per loro sfortuna, noi

Leti, lasciando da parte la bic che stava rosicchiando, disse che doveva raccontarci una cosa importantissima ma che si vergognava da morire, per cui non voleva che la guardassimo. Dopo una resistenza poco convinta, come sempre, facemmo quel che ci aveva chiesto.

Pronunciò un nome con le mani sulla bocca; Mimì le chiese di ripeterlo, e la voce stridula di Leti ci perforò i timpani. Scoppiò a ridere, schiena sul tappeto e gambe per aria; le sue guance avevano la forma e il colore di una pesca.

− Era ora,− commentò Tessa.

− Non so cosa stessi aspettando,− fece Annina − Sei assolutamente bellissima.

Mimì annuiva e basta, arrotolandosi una ciocca ramata con l’indice.

Leti gongolava con l’espressione beata di chi ce l’aveva fatta.

− Ora, − disse gattonando verso di me − manchi solo tu.

Distolsi lo sguardo, perché quando Leti mi diceva qualcosa riuscivo solo a fare di sì con la testa. Ma anche le altre mi guardavano con un misto di severità e commiserazione, soprattutto Tessa.

− Va bene qualsiasi ragazzo,− riprese Leti, la voce addolcita − basta prenderlo per mano e guidarlo, è facile.

Cominciai a mordermi il labbro; mi capitava quando c’era la versione di latino, o ascoltando mamma e papà discutere e sbattere porte. Una volta mi ero scorticata aspettando di sapere se Leti era ancora mia amica oppure no.

− Non mi piace nessuno.

Tessa sbuffò e la frangetta bionda si sollevò mostrando la fronte − Non ti devi sposare, devi solo dare un bacio, se ti piace due o tre. È per dopo, per quando arriverà qualcuno che ti piace davvero.

Guardai Leti un momento, la bocca perfetta che rivestiva i denti a forma di chicchi di melograno.

Poi Mimì disse: − Altrimenti c’è il pontile.

Tutto il viso di Leti s’accese, batté le mani e mi strinse forte, ripetendo che era proprio l’idea giusta per me che non sapevo fare il primo passo.

Venne deciso su quel tappeto, noi quattro in posa da giuramento di sangue. Tessa disse che suo fratello Ignazio – più grande di noi di qualche anno – andava lì in moto con gli amici, per cui poteva darci un passaggio.

− Avrà al massimo tre posti, chi viene?

− Io! − gridò Leti, dita verso la lampada a forma di nuvola del soffitto − Vengo io, per dare supporto morale.

− Allora è fatta.

Ci organizzammo per il sabato successivo. Tessa era l’unica ad avere un cellulare con una promozione dignitosa, perciò fu lei a comunicare a tutte il buon esito della contrattazione col fratello.

Quando ricevetti la chiamata ero in bagno a fissare il mio corpo rettangolare nello specchio. Faceva già caldo e dal soggiorno oltre alla televisione si sentiva il rumore della ventola, le finestre aperte sulla strada facevano entrare l’odore delle cene degli altri. Desiderai correre da Leti e convincerla che non era così importante, ma la nostra amicizia era una gomma da masticare, e io danzavo tra i suoi denti.

Le ragazze che a quattordici anni non avevano ancora baciato potevano andare al pontile. Si allungava su un lago di rame, sottile e precario; chi lo frequentava, per tuffarsi, fumare o altro aveva steso due corde dove mettere i piedi in caso d’inciampo, perché mancavano alcune assi, e cadendo era come essere pesci nella rete. La zona era stata interdetta dal Comune, lo sapevo bene perché mio padre aveva contribuito a dichiarare il pontile inagibile e a tavola ci raccontava, torvo, di quanto fosse facile finire annegati anche solo sedendosi su quelle assi guastate dall’acqua.

Al pontile c’era Ivan, un ragazzetto di sedici anni che aveva le labbra consumate dai baci. Si accontentava di una manciata di euro; ficcava in bocca una mentina e baciava, con lingua o senza lingua, a richiesta.

Quel fatidico sabato Leti venne da me per aiutarmi a scegliere i vestiti. Disse che, anche se pagare un pedaggio per un bacio poteva sembrare triste, era comunque il mio primo bacio e doveva essere speciale.

Io continuavo ad asciugarmi le mani sudate sui pinocchietti mentre lei, raggiante, tirava fuori dall’armadio magliette con stampe più o meno infantili, per poi scartarle delusa.

− Ci saranno anche gli amici di Ignazio, non puoi sembrare una bambina, − disse, e si sfilò il top che indossava; era viola, con le maniche a sbuffo. A lei stava bene, la slanciava, e l’ombelico scoperto le dava un’aria sbarazzina, da libellula. Era stata una delle prime a portare il reggiseno, anche se non le serviva poi a molto, e ne aveva diversi, tutti ricamati e di colori pastello.

Rimasi a fissarla mentre cercava qualcos’altro da mettere e rideva perché non c’era niente che le piacesse. 

− Che fai? − disse voltandosi verso di me − Muoviti che è tardi!

Infilai il top e Leti mi aggiustò le maniche. Profumava di marzapane e bucato e s’era messa un filo di gloss ma non alla ciliegia altrimenti, parole sue, se lo sarebbe mangiato.

− Sei bellissima, − disse, e per la prima volta pensai che forse valeva la pena di andare al pontile.

Tessa salì in sella col fratello, io con un suo amico che aveva il costume al posto dei pantaloni e Leti dietro ad una ragazza biondissima vestita a fiori.

Non ero mai stata su un motorino e quando l’amico, che si chiamava Nicola, mi disse di tenermi, pensai fosse sufficiente aggrapparmi al sedile; lui se ne accorse e, indicandosi i fianchi, disse: − No, tieniti a me.

Vedendo che Leti faceva lo stesso, obbedii. La osservai per tutto il tragitto e lei, di tanto in tanto, mi sorrideva, con il vento che giocava coi suoi capelli e i fiori del vestito che le svolazzavano intorno sembrava davvero un insetto leggerissimo pronto a staccarsi da terra.

Ci fermammo in uno spiazzo fangoso che sapeva di zucchero marcio. Tessa ringraziò il fratello, si accordò per il ritorno e ci separammo. Di lì a poco avremmo sentito i tuffi e certe urla da aquila.

− Hanno davvero il coraggio di farsi il bagno? − commentò Leti.

− Dice Ignazio che al massimo passi una notte sul cesso.

Loro due si avviarono per prime, sicure dei loro baci già dati, e le vedevo, anche se non riuscivo a sentirle, che un po’ ridevano di me. Si avvicinavano e allontanavano in base alla natura delle confidenze e mi lanciavano qualche occhiata, forse per assicurarsi che non fuggissi. Io mi grattavo gli stinchi e i gomiti fino a sanguinare, assediata dalle zanzare.

Arrivate alla spiaggia aggiungemmo le nostre cose – zainetti e teli mare – ad altre disseminate qui e là, dove il terreno era meno molle e l’odore di umido si stemperava.

Tessa prese dalla tasca dei pantaloncini un paio di euro e me li diede: − Solo perché ti voglio bene. Se non gli basta fatti toccare una tetta.

− Ignorala, − disse Leti. − Chiudi gli occhi e fatti baciare. Poi torna qui e raccontaci com’è stato.

Brutto, pensai, sarà brutto, non c’è bisogno di provare per saperlo.

Andai sola al pontile, continuando a grattarmi i grossi bubboni. Ogni passo faceva scricchiolare l’intera struttura e le corde che sostituivano le assi oscillavano; non avevano per niente l’aria di poter trattenere qualcosa, tantomeno sostenere il peso del mio corpo e della mia ansia. Camminavo in equilibrio pensando a mio padre, seduto a tavola con il fumo dell’arrosto che gli appannava gli occhiali, mentre diceva che quel pontile presto sarebbe franato, che le assi avrebbero ceduto e qualcuno ci avrebbe lasciato le penne. Pensavo anche a Leti che mi diceva che ero bellissima, e respiravo il suo buon odore, rimasto appiccicato al top; speravo restasse appiccicato anche a me. Aprii le braccia per non scivolare sul legno bagnato e Ivan si voltò. Era come mi avevano raccontato le altre ragazze: non bellissimo ma neanche brutto, con i capelli neri unti che gli cascavano sugli occhi e un accenno di baffi. 

Mi imposi di non farci caso, di essere distaccata e gentile, di provare, magari, anche a fare conversazione. Ma appena fummo uno di fronte all’altra e una zaffata di vento mescolò lo zucchero del lago con il sudore di Ivan, la lingua si ritrasse tanto che credetti d’averla inghiottita, perciò fu solo lui a parlare.

Mi chiese cosa volevo, io gli diedi i soldi e lui disse: − Con questi un bacio a stampo è il massimo.

Annuii frenetica. Ivan prese dai pantaloncini un pacchetto di mentine, ne mise una sotto i denti e la masticò. Quando schiuse le labbra e mi respirò sul viso, l’aroma bruciante quasi mi accecò.

− Rilassati, − disse, e prese a carezzarmi le braccia − Ti sta molto bene questo top.

Lo pensa anche Leti, avrei voluto dire. Chiusi gli occhi, li strinsi forte e Ivan mi baciò: labbra su labbra, nasi incastrati, i peli del baffetto sulla mia pelle.

Sbirciai, non so perché; forse mi aspettavo che lo facesse anche lui, invece Ivan baciava e chissà chi voleva al mio posto, quale Leti immaginava.

Leti, che mi aspettava fra la sabbia e la fanghiglia, dando schiaffi alle zanzare che tentavano di morderla. La maglietta che aveva scelto aveva una piccola libellula ricamata vicino al petto. La trovavo una strana coincidenza. Qualcuno gliel’ha mai detto che le assomiglia? Che ha le braccia lunghe, come ali, e che quando cammina sembra sempre qualche centimetro sopra le cose. E quel modo in cui si piega in avanti quando è incuriosita o vuole guardarti bene in faccia con le sue iridi scure? Pare proprio una libellula che si specchia nell’acqua. Qualcuno, soprattutto, glielo dirà mai?

Finito il bacio, Ivan mi chiese se poteva abbracciarmi. Mi dondolai sulla punta dei sandali, banderuola senza direzione, le caviglie morse da un senso di vertigine. C’era Leti sulla riva, senza voltarmi riuscivo a vederla con le mani affondate nella sabbia, il collo teso a sbirciarci. La immaginai dispiaciuta e con la pancia piena di bile per le mie labbra poggiate su quelle di un ragazzo qualsiasi che non aveva il muso da libellula. Mi lasciai abbracciare, ma l’odore di acqua di lago, di sudore e marcio si era depositato nei miei polmoni e mi mancava l’aria.

Percorsi il pontile a ritroso mettendo un piede davanti all’altro, le braccia sollevate mostravano due aloni scuri sul bellissimo top di Leti. Arrivata alla fine mi inginocchiai, i pugni sul legno molle, e vomitai fino a farmi male alla gola.

Maria Sole Cusumano

Editing di Piergiorgio Andreani