racconti

Congelatore, termos e altre cose

Prima di andare in vacanza mia madre sbrinava il congelatore. Svuotava anche il frigorifero, non doveva restare nemmeno un panetto di burro nel frigorifero, ma quando lo faceva quasi non ce ne accorgevamo. Per consumare tutto il cibo ed eliminare ogni traccia di ghiaccio, invece, ci volevano giorni, notti, settimane intere, e quando ce ne andavamo a dormire lei era sempre lì, a raschiare, in ginocchio, con uno straccio in mano e una bacinella tra le gambe. Le maniche arrotolate, le ciabatte bagnate. Dobbiamo mangiare tutto quello che c’è qui dentro, diceva, mentre un coniglio scuoiato gocciolava sul lavandino. 

Me ne stavo sulla sedia a guardarla mentre infilava il braccio nello scomparto più in basso e spariva dietro lo sportello. Allora mi allungavo sul tavolo per trovare i suoi capelli ed essere sicura fosse ancora lì. Poi prendevo i cassetti che asciugavano sulla mensola, in fila ordinata, e li impilavo per fare una torre altissima. Mia madre alzava la testa, indicava uno strofinaccio e un catino. Ci infilavo il naso.

− Puzza.

− Non puzza, è un odore forte.

− È un odore forte che puzza.

− È solo acqua e aceto, serve per disinfettare.

− Io non voglio disinfettare.

− Prendi lo strofinaccio, mettilo nella bacinella, poi lo tiri fuori, lo strizzi e lo strusci sulle vaschette, dentro e fuori.

A quel punto correvo intorno al tavolo, mi infilavo sotto la sedia, strisciavo fino al corridoio e chiudevo la porta della cucina ridendo forte.

− Non lo voglio fare, non lo voglio fare.

Quando aveva finito, staccava la spina. Lasciava gli sportelli aperti per qualche ora. Le finestre spalancate, le tende che sbattevano contro la zanzariera. Sul pavimento ancora umido si distinguevano le impronte dei miei piedi. Cambiamo l’aria, diceva, mentre chiudeva le valigie sempre troppo piene. 

Prima di scendere in spiaggia mia madre preparava una borsa frigo con frutta e taralli. Un termos di acqua fresca blu e giallo a parte, con il  tappo nero che poteva essere usato come bicchiere. Tutti lo usavamo come bicchiere, tranne mia sorella, le faceva schifo bere dove gli altri appoggiavano le labbra. Gli altri eravamo noi, ero io. Ci resta la saliva, diceva. Allora mia madre sciacquava il tappo usando l’acqua che avremmo dovuto bere e mio fratello si infuriava perché quello era uno spreco e perché nostra sorella era una stronza. Quindi mio padre si alzava dalla sedia e gli intimava di chiedere scusa perché certe parole non andavano dette, mai, e poi non sotto l’ombrellone, che ci sentivano tutti. Allora è una scema, diceva. Ma nemmeno scema andava bene. Io piangevo perché era il mio turno e ancora non avevo il mio bicchiere. Mentre ci tiravamo i capelli mamma ci infilava nel pugno mezza albicocca e noi ci riempivamo la bocca di sabbia e crema solare.

Prima di andare a scuola mia madre mi chiedeva Che vuoi per pranzo? e io urlavo che non avevo ancora fatto colazione e che era assurdo chiedere cosa volessi per pranzo e scendevo le scale sbattendo i piedi forte. 

Prima di uscire in macchina mia madre mi chiedeva A che ora torni? senza nemmeno voltarsi e mi aspettava al tavolo della cucina, col suo cestino del cucito, mentre ricamava su un lenzuolo le iniziali di un bambino che doveva ancora nascere. Non tardi, mentivo. 

Prima di una festa comandata o di un’occasione speciale. Prima di un compito in classe, di un progetto da finire. Prima di indossare un paio di scarpe nuove. Prima del Festival di Sanremo. Di una partita dell’Italia, ai mondiali o agli europei. Prima di un giorno qualunque.

La spianatoia è così grande da non entrare in nessuna scatola. La faccio rotolare sul pavimento della camera, resta in equilibrio per qualche secondo. Poi la appoggio al muro. Non ho mai imparato a fare la pasta fresca. Mia madre ha insegnato a impastare anche alla mia corrispondente francese, che è stata a casa nostra una sola settimana e non sapeva arrotolare gli spaghetti con la forchetta. Ci eravamo scambiate molte lettere, io e la mia corrispondente francese, lettere che la scuola ci imponeva e che scrivevamo con svogliatezza e poca fantasia, in un inglese pieno di errori e di incomprensioni e bugie, perché lei non sapeva l’italiano e io non sapevo il francese ed entrambe detestavamo l’inglese e le relazioni interpersonali. Si chiamava Charlotte. Conoscevamo i nostri hobby, la precisa composizione delle rispettive famiglie, il colore, il piatto, l’animale, il libro, la canzone preferita. La sua casa si affacciava sull’oceano e in giardino aveva un campo da golf. Dormiva in una brandina incastrata tra il mio letto e quello di mia sorella e la mattina sull’autobus restava in piedi, accanto al conducente, a guardare fuori dal finestrino. Un giorno mia madre ha tirato fuori la spianatoia e ha fatto l’impasto per gli gnocchi. Poi ha fatto avvicinare Charlotte e le ha mostrato come dare la forma alla pasta. Mia madre le parlava in dialetto, lei rispondeva scandendo quella che sembrava la sua lingua. Quel giorno Charlotte mi ha abbracciato e ha insistito per lavare i piatti. Mi ha mandato una cartolina, anni dopo, che conservo ancora.

Per il mattarello ci vorrebbe una scatola stretta e lunga o un tubo di cartone come quelli che si usavano per i disegni di educazione tecnica. Le teglie e le pirofile della domenica sono ancora in fondo alla credenza.

− Ho preso altre scatole.

− Queste cose non ci entrano nelle scatole.

− Possiamo incartarle.

− È un’idea.

− Portale a casa tua.

− Sono cose che non uso.

− Mettile in garage.

− Ho il garage pieno.

− E allora buttiamole.

− No.

− E che vuoi farci?

− Non lo so.

− Sono solo cose.

− Ho spazio sopra l’armadio, posso metterle lì.

Prima di andarsene mia madre mi ha chiesto come sarebbe stato dopo. Io ho mentito. Con l’indice abbiamo disegnato sul soffitto quella volta in cui siamo andati al mare, io, lei e mio padre, per il suo compleanno, senza caricarci di borse frigo o termos o zaini ingombranti, senza sbrinare il congelatore. Abbiamo noleggiato l’ombrellone, una sedia e due sdraio al lido e abbiamo pranzato al bar. Due fritture miste, uno spaghetto con le vongole, mezzo litro di vino bianco, due bottiglie di acqua naturale, tre caffè. Poi ha detto di aver perso troppo tempo a pulire la casa e a mettere in ordine gli armadi, che tanto quando finiva era già il momento di ricominciare. Che il congelatore si può sbrinare anche solo una volta all’anno. Poi ha detto quale vestito voleva per il funerale. 

I bambini corrono intorno alle sedie. Si avvicinano al tavolo e si alzano sulla punta dei piedi, appoggiando le mani umide al bordo. Hanno la faccia bianca di farina. Mettono il dito sul piano di legno finché trovano l’impasto. Ne staccano un pezzo e scappano. 

− Non toccate con le mani sporche.

− Le abbiamo lavate.

− Mi sa che non è vero.

− Dai mamma!

− Se mangiate la pasta cruda vi viene mal di pancia e dobbiamo andare all’ospedale. 

− Non la mangiamo, ci facciamo le palline.

− Ancora peggio, se la pallina vi va in gola intera non respirate più. 

− Dai mamma, possiamo fare le palline? 

− Se vi vedo mettere la pasta in bocca mi arrabbio forte. 

− Non la mettiamo in bocca. 

− Quando eravate piccolissimi mettevate tutto in bocca. 

− Io sono grande!

− Fate le palline qui davanti a me. 

− No!

− Se trovo la pasta schiacciata a terra o sotto le scarpe mi arrabbio forte.

− Dai mamma! 

− Venite che vi faccio impastare.

− Io voglio rompere le uova.

− Va bene, un uovo per uno, poi basta.

− Io non voglio rompere l’uovo, voglio fare i buchini con la forchetta.

− Mamma ci fai vedere come faceva la nonna? 

Nell’ultima scatola ci sono le gonne nere, lunghe fin sotto al ginocchio. Ce n’è anche una blu, ma mia madre non la indossava mai. La teneva nell’armadio perché forse un giorno le sarebbe potuta servire una gonna blu. Ho una borsa dello stesso blu, diceva. Un paio di scarpe col mezzo tacco, la corona del rosario, tre gomitoli di lana, l’uncinetto, gli occhiali da vista, il quaderno delle ricette. 

Quando la casa è rimasta vuota abbiamo aperto le finestre, per cambiare l’aria.

Elisabetta Meccariello

Editing di Alessandra Sola