racconti

SOLI

La musica è potente perché condivisibile. Ha questa innata forza di sfondare la parete della solitudine facendoti ritrovare in metro a spartire una cuffia con un amico, una fidanzata, un padre. E puoi anche cantare, puoi prendere le sembianze dell’artista. Puoi condividere le note, il testo, uno sguardo. Questo mi faceva pensare la coppia che mi camminava davanti e che si divideva una canzone nell’auricolare destro lui, sinistro lei. Ed è bello, mi dicevo, avere qualcosa che ti piace, che è tuo, da dare a un altro.
Vivevo al terzo piano di un palazzone in periferia. Uno come tanti, con i balconi e le tristi piantine, le scale all’entrata e quelle antincendio sul retro, un ascensore sempre pulito, che non usavo quasi mai. Io non avevo piante sul balcone: non mi piaceva l’idea. Una città non è fatta per le piante. Andate in campagna a piantare qualcosa, dicevo – nella mia mente – ai miei vicini che, nella realtà, salutavo con un mezzo sorriso e senza fermarmi a chiacchierare: non ne avevo voglia.
Ero solo, ma non mi sentivo solo. Ero calato nella realtà, come tutti, ma non sentivo il mondo adatto a me. O almeno lo spicchio di mondo che avevo conosciuto. Ero una piantina su un balcone anche io, ma lasciavo correre i giorni, uno dopo l’altro, senza alcuna voglia particolare, nessun desiderio.
Una mattina di aprile, mentre scendevo di corsa le scale, la vidi. Aveva i capelli rossi, le mani pulite: sembrava una dea. Non era una di quelle scene da film, con il fumo e il ventilatore per creare nebbia. No. Era cruda, reale. Colorata in modo giusto, impressa nelle mie pupille. Per sempre, speravo. Mi ero quasi attaccato al muro per farla passare, forse anche con troppa esagerazione: le scale non erano poi così strette. Ma forse avevo voglia di sparire, di non farle vedere la mia faccia, i miei lineamenti. Avrei voluto essere un camaleonte.Lei mi guardò per un attimo, un momento inconsistente, incalcolabile. Non posò nemmeno gli occhi sul mio corpo, anzi sembrò attraversarmi.  Non sentì le scosse elettriche che emanavo. E avrei voluto dirle qualcosa. Una parola tra le tante che conosco. Ma, in quella frazione di attimo, non riuscivo nemmeno a ricordare chi fossi. Mi ero dimenticato di come si emettessero i suoni, di come si parlasse. Era svanito tutto. Se, in qualche assurdo modo, avessi potuto vedere la mia mente, mentre mi schiacciavo contro il muro, mi sarebbe apparsa vuota. Priva di tutto, anche delle azioni più basilari. Fortuna che queste cose finiscono presto, svaniscono. E tornai a scendere le scale come se nulla fosse successo e intanto, inconsciamente e subdolamente, la cosa stava già depositandosi, sedimentando e a poco a poco si plasmava una forma che cominciava a martellare la mia mente.
Quella notte sognai la ragazza. Non ricordo molto, solo un immenso prato verde. E, dietro di me dei balconi senza palazzo. Erano delle piccole oasi, una sopra l’altra, ferme nel cielo. Quei balconi erano tutti vuoti, desolati, soli. E lei era di fronte a me, nel prato. Poi tutto scivolava nell’oscurità totale.
Per due giorni quel minuscolo incontro, quel contatto con un essere divino, lavorò, senza sosta. Senza alcun guadagno. Poi prese forma.
Ero nel pullman. Davanti a me un signore anziano aveva un telefono in mano. Leggeva qualcosa e lo schermo era troppo vicino ai suoi occhi. Pensai che se avesse continuato così sarebbero esplosi. Dietro una signora con un bambino. Erano silenziosi, guardavano fuori dal finestrino, una visione malinconica. Mi pareva un quadro moderno che, forse, in qualche parte del mondo esisteva già.
Così, senza alcuna apparente correlazione con ciò che mi si parava davanti ai miei occhi, pensai, di nuovo, a quell’incontro. A quel veloce attimo. Al sogno confuso. E mi chiesi chi diavolo poteva essere quella dea nel mio palazzo. Possibile che scendano ancora sulla Terra? E se così fosse, potremmo definirci evoluti davvero? Cioè, gli egiziani sapevano che gli deivivevano tra loro. Noi no e allora non è che la storia va al contrario e conosciamo già il futuro?
Decisi di chiedere al portiere del mio palazzo. Aveva una sciarpa rosso nera, da buon tifoso del Milan qual era, nella piccola gabbia in cui ogni mattina prendeva posto. Non ci parlavo quasi per nulla, in realtà sembravamo vivere su due galassie diverse. Non avrei mai detto che calpestavamo lo stesso pavimento ogni mattina. Doveva possedere una memoria calcistica incredibile. Sentivo pronunciare nomi di vecchi giocatori, memorie piacevoli di un passato che sembrava sempre migliore di questo presente. Un presente che a Rino non soddisfaceva su più fronti: né per quanto riguardava la squadra, né per tutto il resto. Non era questo a farmi sentire distante da lui. Non avrei davvero potuto spiegare l’abisso tra noi: forse da certe persone già si nasce distanti.
Mi disse che rosse dai lineamenti divini, in quel palazzo, non ne aveva mai vista una. E così terminò la breve conversazione con Rino. Non uscivo molto, se non per andare in ufficio, lavorare e tornare a casa. Rimanevo a lungo sul balcone, guardavo giù, la città che si muoveva. Mi piaceva la vita, nel senso lato del termine.  Mi fissavo ad osservare la piazza e le persone che ci camminavano.  Le strade ed i negozi illuminati. Era bello immaginare il destino di ogni passante, i motivi che avevano spinto gli altri a passare sotto il mio sguardo, sotto la mia vita.
Un’attenzione particolare, dopo quel primo contatto, lo riservavo alle figure femminili. Quasi come quei cartelli presenti nei film western, con le facce dei criminali ricercati, la mia mente eseguiva un’analisi per punti dei profili che via via si palesavano davanti a me.
Prima i capelli: dovevano essere rossi.
Poi le mani: dovevano essere pulite.
Poi i lineamenti: dovevano essere divini.
E puntualmente, le unghia erano sporche, i capelli di ogni colore possibile, i lineamenti umani, tristi, malinconici. Dove diavolo poteva essere finita? Oppure la folle solitudine, che cercavo di ignorare, mi stava facendo uno scherzo di cattivo gusto? Forse era stata solo una proiezione della mia mente. Però ero sicuro di quanto avevo visto. Ogni volta che l’ipotesi, anche affascinante, del pazzo solitario prendeva piede, la chiudevo subito in qualche cassetto. Quel contatto era reale. Sentivo scorrere l’elettricità adrenalinica sulla pelle. Un attimo denso che si era trasformato in un ricordo pesante, che continuava a girare nella mia memoria.
Nei giorni successivi l’attenzione verso gli altri divenne ossessiva. E mi spaventai. Le mie pupille divoravano gli altri. Fissavo tutti con uno sguardo penetrante. Gli altri si accorgevano di me, della potenza con cui posavo gli occhi su di loro. E iniziai ad odiarli. Tutti. Chiunque mi passava accanto, in pullman o dal balcone. Tutti. Non erano lei, avevano le loro maledette vite, i loro maledetti obiettivi, i loro maledetti amici. E poi c’ero io che non riuscivo a trovare. C’ero io che cercavo disperatamente una ragazza dai capelli rossi. Con tutte le maledette persone che sfioravo, lei non c’era. Possibile, mi chiedevo, eppure era nel mio palazzo. Fuori casa mia. Dove diavolo era finita? Non controllavo più questa maniacale ricerca, così cercavo distrazioni ma puntualmente, tornavo sulle persone chi mi circondavano.
Ero sempre stato discreto. A scuola parlavo poco, spesso passavo inosservato in gruppo.
Mi sembrava di stare per trasformarmi in uno di quei pazzi che, sui mezzi pubblici, gridano o sorridono senza alcun valido motivo. E se tutta quella sotto categoria, di pazzi senza origini precise, fosse nata proprio per la fugace visione di una divinità e l’averla perduta poco dopo trascinandoli in un pozzo profondo?
Dopo una settimana successe. Ero sul balcone: erano due giorni che non andavo a lavorare. Avevo paura. Di me stesso, di quella folle ossessione. E la vidi.
Capelli rossi, check.
Mani pulite, check.
Lineamenti divini, check.
Era lei, non avevo dubbi. Respirai profondamente. Mi precipitai sulle scale, sentivo i suoi passi. Mi trovò in piedi, ad aspettare. L’amavo, senza alcun dubbio e senza ragione.
Una scossa, come quella di una presa elettrica attraversò i nostri occhi.
Mi sfiorò e riprese a salire. Io ero immobile, sentivo le formiche addormentare i miei piedi.
Mi fece segno di seguirla. Iniziai a salire anche io.
Arrivammo sul tetto e il cielo sembrava essere immenso. Non un quadretto o uno sfondo. Sembrava essere il mondo stesso. Come se, per anni, la terra su cui avevo camminato fosse stata solo una nuvola.
Il tetto era vuoto. Non c’era nulla, solo io e lei.
Si fermò vicino al confine con il burrone. Io la seguii e guardai giù. Vedevo i balconi, posizionati a scacchiera, con le piantine che sembravano salire e creare un albero vero. Sì, da sopra, le piantine, che prese singolarmente erano tristi e malinconiche, creavano un essere vivente potente. E allora pensai che ogni palazzo era un albero. E che io vivevo in una foresta e non mi ero mai accorto di nulla.
Guardai la Dea, perché ora ne ero certo, non avrei potuto toccarla, nessuno ne era davvero degno. Forse noi siamo il passato e quello che conosciamo è il futuro. Un mondo meno evoluto, ma più pulito, puro da poter ospitare gli Dei stessi ed esserne coscienti.
Salii sul muretto, perché una sensazione di piacere, quasi la stessa sensazione che prova un popolo dopo aver vinto una guerra o sconfitto una catastrofe, mi aveva preso. Avevo lacerato la tristezza o almeno sentivo di averlo fatto. Forse non proprio la tristezza, forse il mio nemico non aveva un nome preciso, ma sentivo comunque di aver vinto. E potevo fare tutto, ero, per la prima volta, a mio agio. Nel posto giusto. Sapevo, però, che era dovuta alla sua presenza. Alla perfezione contagiosa.
Rimasi in bilico, guardavo giù, su quella piazza che ogni giorno era teatro della mia immaginazione. In cui scrivevo le storie degli altri. E mi chiesi se avesse senso rimanere qui. In questo mondo.
La guardai e, per la seconda volta, mi sorrise. Mi attraversò la voglia di buttarmi giù, per raggiungere quelle creature che, da qualche parte, dovevano pur vivere. Forse la morte è solo un maledetto viaggio, pensai. Ma non lo feci, scesi dal muretto. Osservai le sue mani pulite: non credo esistano delle mani così tra noi umani, anche le più curate hanno delle imperfezioni. Avrei voluto tagliarle e poterle guardare nei momenti peggiori. Erano il simbolo della presenza di qualcosa. Erano la prova della sconfitta della solitudine. Ma non la mia, quella dell’uomo. Forse è questo quello che siamo: piantine che formano un albero. Non potrebbe essere diversamente.
Mi girai e tornai sulle scale, iniziai a scendere, entrai in casa, andai sul balcone. Mi lasciai cadere sulla sedia. Guardai, di nuovo, la piazza, il mio mondo. Guardai le persone, le mani lavorate, i capelli così diversi, i lineamenti imperfetti. E pensai che, alla fine, non siamo mai davvero soli.

Giuseppe Fiore