copertina del libro No musin on weekend
storiviste

Nostalgia di un ricordo: No music on weekend

A Midsummer Night’s dream, ho pensato.

Eppure quella sera di metà luglio – che non so se si può definire mezza estate – erano da poco passate le sette e trenta, in cielo c’era un sole calante – quindi no, non era nemmeno notte – e gli unici sogni che avrei potuto fare erano di quelli ad occhi aperti. Eppure, per qualche strana associazione di idee, è proprio a quella commedia shakespeariana che ho pensato mentre varcavo la stretta porticina che mi avrebbe portata al pergolato dell’amore delle Serre Torrigiani: un giardino nel centro storico diladdarno, a Firenze.
A convincermi a partecipare alla presentazione del libro (o meglio: saggio musicale) No music on weekend. Storia di parte della new wave di (un certo) Gabriele Merlini, era stata la mia coinquilina Lucia.
­­­­­­– Ti piacerà un sacco, vedrai.
Ho storto un poco la bocca comunicandole la mia ignoranza (nonché inettitudine) per la musica in generale, figuriamoci per la new wave (cos’è? che significa?).
­­­­­­– Ma che c’entra: è un libro e a te piacciono. Puoi fargli qualche domanda, intervisti tutti. Uno in più, uno in meno, sai che cambia.
Ho taciuto. Ho sorriso. Ho dovuto contenermi dal subissarla di parolacce: mi voleva con lei per un motivo ben preciso che nulla aveva a che vedere con interviste e pezzi da pubblicare. Si trattava della scusa più vecchia di sempre: un tipo – anche lui uno scrittore che avrebbe da lì a qualche mese pubblicato il suo primo romanzo – che frequentava ormai da ben due settimane (forse la sua storia più lunga da quando la conosco), l’aveva invitata a questo evento e lei non voleva andarci da sola. Non lo faceva per me, ma per lei (come del resto succede al novantanove per cento delle persone per il novantanove per cento della nostra vita).
Così, dovendo incanalare in altro modo tutta quell’energia gravida di insulti, quello stesso pomeriggio, ho cominciato a fare ricerche su Gabriele. In realtà non ho scoperto molto se non che ha tre gatti, pubblica sui social una sorta di disegni fumettati – autoritratti di un nasone in compagnia di felini o di capelloni rockettari – e che ha scritto il suo primo romanzo sette anni orsono. Il titolo, Vàlečky o guida sentimentale alla mitteleuropa, mi ha incuriosita (forse più di quest’ultimo).
La presentazione non è durata più di mezz’ora e della conversazione, tra lo scrittore – che tra una pausa e l’altra sorseggiava birra – e la sua moderatrice, ho acchiappato solo qualche fugace parola: non riuscivo a staccare gli occhi di dosso né dalla rampicante pendente sopra la mia testa – e pensavo che non pensavo ci potesse essere tutto quel verde in città – né dagli altri uditori: cercavo di individuare una qualche reazione dai loro volti o dalle posizioni dei loro corpi o dalle risate che esplodevano all’improvviso per una qualche battuta che, ovviamente, intenta com’ero a osservare loro, non avevo colto. Cercavo di capire chi e quanto, più di me, si intendeva di musica in quella platea.
L’impresa ardua non solo non è valsa ma è stata pure vana. Così arresa, mi sono avvicinata timidamente a Gabriele, mi sono presentata e gli ho chiesto un’intervista.
­­­­­­
Certo! S’intende.

Ho acceso il registratore e ho cominciato:

­­­­­­– In realtà entrambi i testi anche se sono molto diversi, hanno un’impostazione alla base molto simile. Da premettere che non sono molto bravo ad inventare storie e devo sempre basarmi su qualcosa di reportagistico. Ai tempi, quando ho pensato al primo libro, avevo deciso di scrivere in maniera romanzata ma anche in forma diaristica la mia esperienza in Europa centrale, fatta subito dopo l’università, perché mi interessava analizzare la situazione della nostra età.

E anche se non mi sentivo parte di questo plurale maiestatis che stava utilizzando, ho abbozzato un sorriso e l’ho lasciato continuare:

­­­­­­– Sì, insomma quelli nati alla fine degli anni ’70, inizi anni ‘80 che in quella fascia di mondo hanno vissuto un cambiamento molto drastico come è stata la caduta del muro di Berlino e tutto l’indotto che ha comportato. Quindi anche Vàlečkyè un reportage anche se effettivamente romanzato perché tutti gli avvenimenti sono finti.

Sorpresa l’ho interrotto:

­­­­­­– Sì, c’è molto di me ovviamente ma le piccolezze, le avventure non sono molto reali. Quando con il mio editore, Francesco Quatraro, abbiamo deciso questo progetto abbiamo convenuto di utilizzare gli stessi paradigmi che ho sfruttato per Vàlečky ossia il reportage attraverso gli occhi di un ragazzo per dire varie cose sulla musica ed in realtà, già Vàlečky è un libro che ha molti agganci con la cultura pop, con la cultura musicale. Quindi al netto delle differenze di superficie, che ovvio che ci siano: uno è un romanzo in cui il protagonista, un ragazzo all’epoca trentenne, vive un’esperienza all’estero e fa una serie di analisi su ciò che vede, anche in questo nuovo libro, che è un saggio, compio una serie di analisi su diverse tematiche quali la musica ma anche l’infanzia che per me corrisponde alla scena musicale dei primi anni ‘80 che non ho vissuto direttamente, perché ero nato da poco, ma della quale ho dei ricordi vividi.

Ero in trance (o così mi pareva): mi sentivo completamente attratta da ciascuna singola parola pronunciata da quel quasi quarantenne. Non avrei saputo dire con esattezza se si trattasse dei termini che usava o delle pause – né troppo lunghe né troppo corte, giuste – o se fosse l’enfasi che ci metteva nel rispondere, ma sembrava che tutto l’intorno fosse scomparso e ci fosse solo lui e i suoi libri. E poi c’ero (anche) io che avevo dimenticato le domande che mi ero preparata. Così, mentre dalla borsa cercavo il mio quaderno su cui avevo appuntato le cose da chiedergli, mi sono lanciata in un:

­­­­­­– Il libro ha un’ambientazione che parte da Bologna che poi è stata la città che nel 1977 ha dato il via ad un cambiamento musicale molto forte in quanto aveva radici nel movimento di contestazione extraparlamentare e poi, per tracciare un’area musicale per quanto riguarda l’Italia, da Bologna si prosegue a Firenze, Milano e Roma. Gli altri due capitoli sono dedicati a due macro scene importanti per la new wave e il post punk che sono l’Inghilterra e il nord America. Le mie analisi cominciano da momenti diaristici della mia infanzia che io ricordo per poi svilupparsi su altri settori.

Dunque ho avuto la fortuna di lavorare per molti anni in un negozio di dischi qui a Firenze, il settore musica del Libraccio per intendersi, e lì ho conosciuto molte persone che negli anni hanno suonato, prodotto, organizzato eventi e che mi hanno dato una grossa mano. Ovviamente solo questo tipo di approccio non è bastato, il resto l’ho dovuto studiare perché quando fai un testo di questo tipo non solo devi sfruttare le chiacchierate con gente che s’intende di musica e – ha tenuto a sottolineare – di questo tipo di musica, ma devi approfondire con dischi, testi delle musiche, libri di musica che sono saggistica pura. Ecco quello che ho fatto io con questo libro, che appunto non è un saggio puro di musica, è l’aver mischiato il reportage con la narrativa per cui anche la parte inglese e nordamericana è una parte con dati attendibili, perché studiati, resi però con alcune storielle di finzione.

È una citazione dei Talking Heads, band rappresentativa di un filone importante della musica che tratto. Inizialmente avevo pensato di chiamarlo con il nome della prima sezione: Topografia di gente strana, ma sarebbe stato troppo criptico. Quindi io e il mio editore siamo andati con la citazione pura della band e amen.

Amen fratello! – ho pensato. Non avevo minimamente idea di chi fosse questa band di cui parlava e in quello stesso momento ho desiderato più di ogni altra cosa che mi potesse trasmettere per osmosi un briciolo della sua conoscenza musicale per non dover fare la figura dell’idiota. Così, nella speranza di non essere smascherata, mi sono precipitata a chiedere:

Un pochino viene fuori dal saggio. Ho provato a essere neutrale e, uso un termine forse poco adatto, “scientifico” per alcuni aspetti della new wave che non erano tra i miei preferiti ma che comunque ho affrontato. Questo implica una spiegazione: new wave musicalmente non significa nulla.

Thanks God! Le mie preghiere erano state esaudite: finalmente anche io sapevo!

In realtà è un termine che qualifica un momento e che include di tutto: va dal punk più estremo al sint romantico – e di nuovo a chiedermi: God, what is sint?

Ha fatto una pausa più lunga del solito, poi ha ripreso:

Volendo trattare un calderone vastissimo come questo e essendo molto interessato nell’analisi di un genere musicale che comprende tutto, ho preferito dare un certo peso a cose che gradivo di più personalmente piuttosto di altre che magari erano più lontane. Ho dovuto studiare, cercare e saperne di più di gruppi che in realtà conoscevo solo di nome. Tutto sommato penso che filtri abbastanza poco nella struttura del libro il mio propendere per un genere in particolare. Per esempio ho uno slancio molto maggiore per quello che viene chiamato new wave post punk che viene della Gran Bretagna rispetto ad un filone nordamericano che si chiama no wave ma ad entrambe ho dato lo stesso numero di pagine anche se preferisco più una, rispetto a quell’altra. Comunque, si direi di sì: ho cercato di mantenere una certa par condicio.

Di nuovo un’altra pausa: una ragazza sorridente e impacciata stava questuando una dedica.

Certo. S’intende!

Ha detto anche a lei e ha fumettato un sé stesso (sempre quasi tutto naso) che ha un breve dialogo, in una nuvoletta, con questa tizia sconosciuta. Mi sono guardata un po’ in giro e poi mi sono ritrovata a fissare la copertina del suo libro: sfondo nero con titolo dalla tonalità rosa e la sagoma di un paio di Ray Ban (sempre in rosa). E allora mi sono chiesta: perché mai dovrei leggere un libro su un genere musicale di cui non conosco nemmeno una traccia per sbaglio? Ho chiuso il mio fedele taccuino con i miei appunti, ho atteso che tornasse a darmi tutta l’attenzione possibile e gliel’ho domandato senza pensarci troppo:

Perché, e questa non è una cosa che scopro io ma è nei fatti, non tanto la storia quanto la variabilità dell’indotto culturale della musica è così ampia e porosa che dice tantissimo dei periodi. Me ne sono accorto io stesso: lo sapevo, cioè, me lo potevo immaginare ma non lo maneggiavo così bene: me ne sono accorto scrivendone, di quanto ancora viviamo l’onda lunga di un periodo di enorme cambiamento che è stato compresso in questa fase musicale. Io ho cominciato parlando della rivoluzione punk dopo la scuola cantatoriale italiana della metà degli anni ‘70 a Bologna che era una zona universitaria, antagonista, di occupazione, di rivolta, di scontri con la polizia e poi sono andato a finire nell’84 a Firenze dove la musica rappresentava l’edonismo, le vetrine e la moda. Cioè la musica è un interessantissimo specchio sociale. In effetti dal ‘77 al ‘85 sono pochissimi anni ma in un periodo così piccolo è cambiato tanto non solo in Italia ma nella società. Pensa agli anni ’70: chiamati anni di piombo perché si sparava ai poliziotti oppure prova a pensare all’Inghilterra dell’85 della Thatcher, o all’America di Regan con i soldi e il potere: cambia tutto. Quindi anche se qualcuno non è tanto interessato alla musica è stimolante leggere qualche cosa che segua questo percorso. Io ho provato a fare questo. Quindi anche se qualcuno non ha interesse per la musica e che quindi troverà il mio saggio troppo ridondante, troppo specifico, però credo che dica tantissimo sui cambiamenti sociali e questo è interessante.

Ma non è per chi si intende di musica!

Si è incazzato di brutto. Ha alzato la voce, ha battuto una mano sulla sua coscia e ha sbuffato: ho seriamente pensato che da un momento all’altro se ne sarebbe andato senza nemmeno scusarsi. Poi ha respirato e ha cercato di farmi capire (ancora) il suo punto di vista:

I saggi musicali sono interessanti se riescono a dire qualcosa su un contesto, questi libri non devono leggerli necessariamente chi si occupa di musica anche perché come dicevo prima ha una componente narrativa molto forte ma non serve essere un grande amante di musica.

Ha cambiato – di nuovo e completamente – tono, ha abbassato lo sguardo, è diventato più pacato e le sue spalle si sono accasciate remissive.

Io credo che un sedicenne di oggi debba fare il suo percorso e quindi non consiglierei di leggere il mio libro ma gli consiglierei di ascoltare la musica che gli piace e di fare lo sforzo di contestualizzarla nel mondo in cui vive. Quello che mi sento di suggerire ad un sedicenne è quello di provare ad ascoltare la musica che gli piace e provare a vedere come quella musica dica qualcosa della società attuale.

Le sue reazioni, così istintive e così diverse, mi avevano stupita e non poco. Lo stavo fissando per cercare di capire. Altra vana, ardua impresa.

Per quanto riguarda la musica, quello che ho visto è quello che i detrattori più volte hanno affermato sulla ciclicità musicale: esiste, è vera. Per farti capire meglio: nel 2006 quando ho cominciato a lavorare con la musica vedevo che tornavano i suoni di quando avevo cinque, sei anni, così come una decina di anni dopo sono tornati i suoni degli anni ‘90 come pure sono tornate le orde di ragazzini che sugli zaini scrivono Nirvana. Quindi è assolutamente vera questa cosa della ciclicità però è vero anche che ogni volta uno ci può aggiungere rivendicazioni sociali, culturali del momento, come dicevo prima. Quindi se c’è una cosa nuova che ho visto, ti direi che per quanto la musica continui a proporre stereotipi, e non c’è nulla di male in questo, rimane sempre un’impalcatura molto comoda su cui gridare le proprie cose, le cose che succedono in quel momento ad un individuo e/o all’intera società e questo è molto importante. Tutto sommato è secondario se quei suoni li hanno fatti anche vent’anni prima, importante è che vengono utilizzati per dare un messaggio. Questo funziona benissimo e sono contento di averlo visto con questo lavoro.

Ho spento il registratore e gli ho chiesto una curiosità personale:

Non mangio dolci perché non mi piacciono molto. Però credo che sarei un dolce di quelli enormi, indigeribili, ipercalorici, iperstratificati minimo cinquanta strati. In Europa centrale, e per questo torno al mio primo romanzo, fanno queste torte con tantissimi strati in cui dentro c’è tutto. Se scegli di mangiarlo, cazzi tuoi.

Mi sono aperta in un sorriso. Mi ha invitata a restare per bere e mangiare qualcosa insieme ad altri suoi amici.
– Grazie, ma ho un altro impegno, – ho mentito, l’ho salutato e mi sono messa alla ricerca di Lucia.
L’ho trovata ad amoreggiare con il tipo e così ne ho approfittato per fuggire.
Tutt’a un tratto era diventato buio: tra gli alberi, sospese a tenda, filari di lucine avevano preso vita e lo stretto sentiero che conduceva all’uscita era illuminato da lanterne accese. Da un momento all’altro mi sarei aspettata di vedere sbucare qualche folletto che recitava: e questa vana e sciocca trama non sia nulla più di un sogno, ma sapevo bene (di nuovo) che non si trattava di un sogno.
Era tutto vero: Gabriele, i suoi libri, la sua passione per la musica, l’Europa centrale, il punk, le mode che tornano, un’arte che cerca di descrivere un’altra arte, la società con i suoi cambiamenti folli, forti, radicali che fanno bene e che fanno male. Era tutto stra maledettamente vero eppure, quella sera di luglio, ricordo che avrei proprio voluto sprofondare in un incantamento senza tempo. O forse proprio in quel tempo, in quel decennio neanche troppo lontano, quando i miei ballavano rock’n’roll in uno scantinato chiamato Revival ed io non ero stata nemmeno immaginata. Un tempo passato che non c’era più eppure continuava ad esserci proprio con quella musica e, senza andare troppo lontana, era lì: nel mio registratore, nell’intervista che avevo da poco finito, in quel libro che chissà se un giorno avrei mai letto.

Ecco, se un sogno c’era, quella sera, era proprio questo: la nostalgia di un ricordo mai vissuto.

Francesca Gentile