storiviste

Mezzo metroquadrato di felicità

E se poi non va come avevo immaginato?
Eravamo in spiaggia a bere birra con le schiene appoggiate ad un muretto e a riflettere sui massimi sistemi della vita. Luigi aveva già finito l’esame di stato, io, invece, ero ancora in ballo con gli orali: di lì a poco sarebbe stato il mio turno. Ci incontravamo quasi tutte le sere: uscivamo con il gruppo e poi passavamo la notte a chiacchierare. Tutte le volte ci ripromettevamo di aspettare l’alba, ma puntualmente arrivate le 4.00 cominciavo a dare i primi segni di cedimento, così decideva di riaccompagnarmi a casa, forse anche impietosito dal vedermi congelare per l’umidità: non avevo ancora imparato a portarmi dietro una felpa e ogni volta era costretto a darmi la sua.
Quella notte però fu diverso.
– Perché non dovrebbe andare come immagini?
– Non lo so, ho un po’ paura! – mi disse sbuffando il fumo della sigaretta.
– Oh, lo sai che fumare non va più di moda?
– Ti sembro uno che se ne frega qualcosa della moda?
Le provavo tutte per cercare di farlo smettere: odiavo come gli si impuzzoliva l’alito e i vestiti.
– Ho il terrore di fallire!
– Macché! Quando mai hai cannato un’interrogazione: sei un nerd di prima categoria è impossibile che tu non riesca a superare l’esame d’ammissione.
– No, non intendo questo. Ho paura di perdermi. Di ritrovarmi a trent’anni con una vita fatta di routine, perso in un mare di nessuno.
– Ma che dici? Tu?!
Luigi non fece in tempo a replicare: l’alba ci colse di sorpresa.
– Come è possibile? Sono già le sei e non sei morta di freddo? – ce l’avevamo fatta.
I primi spicchi di sole ci misero di buon umore e andammo ad affogare i discorsi esistenziali in un grosso cappuccino e una brioche alla crema.

Milano 2020.

Stamattina mi sono svegliata con il mal di schiena.
– Com’è che a trentatre anni sto già così incriccata? – mi ripeto ciondolando per casa, – C’aveva ragione mio nonno quando mi diceva: “copriti le reni!”
Sono al cinquantatreesimo giorno di reclusione e da qualche tempo ho preso a parlare con le piante, meglio che con i muri, mi consola pensare. Ad ogni modo, mi sforzo di mantenere le mie relazioni con qualche messaggio o chiamata, anche se me ne starei tranquilla tra me e me (e con le mie piante s’intende). Poi, però, penso a quando sarà necessario tornare ad una quotidiana socialità, quindi preferisco tenermi blandamente allenata ai contatti umani.
Come da routine, non appena sveglia, dopo una veloce infornata di notizie, passo a scrollare i social: una ha postato le foto dei suoi dieci chilometri di corsa, l’altra sfoggia un gran bel piercing all’ombelico, un’altra ancora sciorina i piatti salutari e poi c’è quella che in quarantena si è inventata un lavoro figo per tenersi attiva.
E infine ci sono io: spettinata, avvolta nella mia vestaglia di pile rosa, con la schiena a pezzi, che non riesco neanche a trovare la forza per alzarmi dal letto. E no, non sono depressa: sono solo annoiata.
Accrocchio velocemente i capelli, indosso il sopra del costume e mi accovaccio sulla sedia pieghevole che sono riuscita a sistemare sul mio mini balcone. Un mezzo metro quadro di felicità perché ci si poggia sempre il sole.


Metto il PC sulle gambe e comincio a buttare giù qualche riga. Mi perdo nel mio da fare e in men che non si dica, tra una sgranchita e l’altra, arriva l’ora di cena. Sosto qualche altro minuto e lascio vagare lo sguardo. Si accendono luci nelle case e cominciano a sentirsi rumori di piatti e tv accese.

Da qualche giorno ho notato una ragazza che esce sul suo balcone all’ora del tramonto. È quasi di fronte al mio: poco più a sinistra ad un piano di differenza. S’affaccia sempre con le cuffie nelle orecchie, cerca un posto comodo dove sistemarsi e passa l’intera serata a guardare le stelle (o a immaginarle) e a disegnare.
Eccola, puntualissima.
Chissà che musica ascolterà? Cosa disegnerà?

M’incanto a guardarla per un po’. Mi ricorda le serate in spiaggia con Luigi, quando persi a fantasticare sul nostro futuro, aspettavamo l’alba. Ed ora, come allora, sono costretta a rientrare prima di assiderarmi.  Chiudo la finestra e la spio per un’ultima volta dietro le tende accostate.

Mi pervade una profonda nostalgia. Dove sono finiti quei giorni spensierati? Quella fresca me che pensava di conquistare il mondo? Sempre alla ricerca dei rapporti giusti, delle occasioni giuste, costretta a fare i conti con tante illusioni disilluse.

Penso alle parole di Luigi e mi chiedo: ci sarà riuscito lui a navigare nel suo mare di nessuno?
Prendo il cellulare e tra scrivi e cancella riesco finalmente a digitare il suo nome su Instagram.
Trovato.
È lui.
Ci sono delle stories caricate, ma non posso aprirle o capirà che l’ho cercato! Muoio dalla voglia di guardarle. Scorro il suo feed. Caspita è davvero bravo a scattare foto! Una gallery fatta di viaggi sparsi sul globo e lei, sempre lei, da sempre dopo di me. Almeno fosse rimasto single, invece no, dura e dura da tanto. Che sciocca sono io, ancora qua a cercarlo.
Lancio il cellulare sul divano, prendo una birra e decido di tornare in balcone. La ragazza è ancora lì.
– Ciao – le grido azzardando un sorriso.
Dopo essermi sbracciata per farmi notare, alza lo sguardo, sfila una cuffia e mi risponde – Posso aiutarti? – cavolo non pensavo di essere arrivata al punto di sembrare bisognosa d’aiuto, rido da sola.
– Ciao, – le ripeto.
– Ah! Ciao.
– È un po’ di giorni che ti vedo, non mi ero mai resa conto vivessi in questo condominio.
Questo slancio sovverte pienamente il bilancio sulla mia asocialità. Mi stupisco da sola di aver varcato il confine: credo proprio di averla distolta da un momento magico e solitario. Volevo essere parte di questa magia.
Passiamo alle presentazioni: lei si chiama Chiara.

Guarda, io non lo faccio solo per questi giorni di quarantena, il balcone è la mia comfort zone. La mia finestra sul mondo. Sono una persona molto ansiosa e le persone ansiose hanno spesso bisogno di trovare un posto sicuro per poter “respirare”. Mi sono resa conto che qui, dal tramonto in poi, dopo una giornata stressante o un periodo difficile, riesco a trovare l’ispirazione per esprimere la parte più intima di me: disegnando. Uso il balcone come metafora di vita nelle mie illustrazioni. La musica, il cielo, la vita che si svolge nelle vostre case sono la mia ispirazione. Da qui nasce il mio mondo sui balconi.

Sono rapita dalle sue parole, entusiasta ma anche imbarazzata di poter essere stata scenario della sua fantasia, mi chiedo cosa possa esser venuto fuori nello sbirciare la mia vita attraverso la mia finestra.

Scene di vita reale abbinate ad un pizzico di fantasia. Anche se spesso ritraggo proprio me stessa cercando di descrivere tutti i miei pensieri e le mie sensazioni, ricreando attorno a me un mondo un po’ onirico. La musica mi aiuta molto in questo. Mentre lavoro ad un’illustrazione ascolto sempre una canzone che descriva appieno lo stato d’animo di quel momento che sto raccontando nel mio disegno. Sicura che qualcuno guardando i miei disegni possa immedesimarsi e condividere le mie stesse sensazioni.

Entrambe le cose probabilmente. Mi piacciono le storie fatte di istanti e momenti veloci, che non hanno bisogno di essere raccontati con grandi dettagli ma semplicemente catturati.

Chiara continua a raccontarmi di sé, del suo mondo fatto di sensibilità, amore, nostalgia, ricerca ed atmosfera.

E mentre la notte incalza, il buio ci avvolge: le luci negli appartamenti cominciano a spegnersi, una dopo l’altra. D’un tratto, protette da un blu confessionale, anche io mi sento autorizzata a condividere i miei stati d’animo più intimi e difficili.

Forse non avrò grandi storie da vantare, ma sicuramente intricati e stupefacenti stati d’animo. Proprio quelli che fanno di ognuno di noi un “nessuno” da raccontare.
E, senza neanche accorgercene, con le spalle appoggiate alle facciate, tra lo scorrere denso delle nostre parole, le prime luci del mattino cominciano a colorare le ringhiere, i tufi dei palazzi, gli infissi, le tende e le mattonelle.
– L’alba – sorrido!
Chiara improvvisa una colazione con un tortino al cioccolato, ci ripromettiamo di mangiarne un pezzo insieme non appena sarà possibile. Anche a me è venuta fame: evidentemente il sole fa questo effetto.
Ora, non sarà facile alzarsi da terra dopo tutte queste ore, ma mi sento così leggera che anche il mal di schiena pare essermi passato.
– A presto Chiarè, sei esattamente come ti avevo immaginato!

Mi hanno detto che sono come il miele di castagno: con le sue sfumature decise, dolce ma anche un pò pungente. Ed io mi ci rivedo. Cerco punti di vista inusuali per guardare le cose, per riuscire a conoscerle fino in fondo: fino alle molecole. Ho uno spirito scientifico che si declina in forme più fantasiose e creative. Creare per me è una missione, qualsiasi sia la materia prima: le molecole, le immagini, le parole o le idee. Così tra immaginazione e logica è nata Finestre di Zucchero, come un foglio bianco che sfrontatamente ti invita a cominciare.