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VORREI MA NON POSSO: questioni di libertà?!

È sabato mattina e mi sveglio col mal di testa.
Tutta colpa del nuovo profumatore per ambienti al gusto cannella che ho comprato la scorsa settimana. Ha un odore particolarmente intenso, ma non ci posso fare niente: mi piace troppo.
Forse perché mi ricorda le persone.
Mi ricorda la mia vicina di casa nonché amica di giochi: avevamo 4 anni. Ricordo che trascorrevo interi pomeriggi da lei con sua madre che di là in cucina ci preparava french toast e noi a giocare nel salotto sempre pieno di caramelle, cioccolatini e chewing gum alla cannella che adoravo tanto.
Mi ricorda i tempi dell’università, degli amici in Erasmus e in particolare di un’amica spagnola che, con la scusa di stare insieme a fare serata, ci preparava paella e litri di sangria. Nel gruppo c’era un chitarrista, chi suonava il bonghetto africano, chi fumava il sigaro, l’artista, il figlio di papà, il trasandato, la rompiscatole, la bella, la cantante, e poi c’ero io: la timida, tutta occhi e sorrisi, conosciuta anche come “Cenerentola” perché, cascasse il mondo, per i miei a mezzanotte dovevo essere a casa!
Mi viene un po’ di nostalgia se ripenso a quei tempi remotissimi in cui sognavamo e condividevamo idee, progetti e farfalle nello stomaco. Tempi in cui non ci si mandava messaggi, ci si trovava al solito posto e parlavamo tanto e ridevamo ancora di più. Il ragazzo di allora ti corteggiava con un pezzo di Pino Daniele o addirittura un pezzo jazz e ti offriva un bicchiere di Jack Daniel. Ti scriveva poesie, biglietti con frasi dolci o ti regalava cd con le sue canzoni preferite. Tempi in cui ci si parlava con la musica.
La testimonianza di questi tempi andati è custodita in un cofanetto in camera mia, o meglio nella mia vecchia camera a casa dei miei.
Lì ci sono tutte le rose essiccate, foglietti con poesie scritte a penna, lettere d’amore, frasi di amicizia, cassette, cd con dediche, portafortuna che mi sono stati regalati. Quel cofanetto per me è la dimostrazione tangibile di anni bellissimi e, di tanto in tanto, quando torno dai miei chiudo gli occhi e mi crogiolo in quei momenti. Momenti che durano gli attimi che impiegano i miei nipotini ad interrompere quei ricordi e far esplodere, letteralmente, il cofanetto e ritrovare sparpagliate qua e là, parole d’amore. Se sono fortunata! Non riesco più a contare le volte in cui ho dovuto strappargliele dalla bocca.
– Queste non si mangiano, – li ho rimproverati una volta, – sono doni d’amore. Voi sapete cos’è l’amore?
-Certo zia! – mi hanno risposto in coro.
Li ho guardati e ho subito capito che forse loro, così spontanei e sinceri potevano avere la risposta ad un interrogativo che da giorni, mesi e anni continua ad assillarmi e ad accompagnarmi.
– E allora sapete dirmi come si fa a far innamorare una persona?
– Zia, lo devi seguire fino a casa, – mi ha detto la mia principessina di sette anni, – poi quando si fa buio entri dalla finestra e lo baci.
– Ma no! – ha risposto prontamente il mio ometto di otto anni. – Ci devi parlare tanto, e parlando tanto poi vi innamorate.
Era ufficiale: mio fratello aveva creato una piccola me al maschile.
Tutti questi pensieri, più veloci della luce, mi fanno far tardi. Mi appresto quindi a prendere un caffè al volo necessario per poter essere in grado di affrontare anche una minima conversazione. Mangio una fetta biscottata con la confettura preparata da un amico. Uno degli ingredienti è proprio, ancora la cannella. Mi infilo la felpa, prendo il badge e mi reco, insieme a mia cugina, ad un evento organizzato dall’associazione di volontariato di cui faccio parte. Si tratta di una corsa podistica per beneficenza.
Mentre consegno magliette ai partecipanti, i miei occhi si posano su un ragazzo. Lo riconosco subito: è il ragazzo dell’autobus.
Lo incontravo tutte le mattine di due anni fa sul numero 35: il bus che mi portava al lavoro dal lunedì al venerdì. Salivo con gli auricolari, mi mettevo a sedere e aprivo il libro. Lui prendeva posto di fronte a me. Ci guardavamo spesso e spesso arrossivo con un solo sguardo. Tutti e due avevamo la musica a palla nelle orecchie: un’ottima scusa per non iniziare un discorso.
Dopo un paio di mesi di sguardi, la prima parola è arrivata grazie ad una testata presa accidentalmente da lui mentre si sedeva: ci siamo guardati, abbiamo riso e ci siamo detti “ciao”. Quei “ciao”, a cui ben presto mi ero affezionata, però non evolvevano mai in una vera conversazione e intanto un unico pensiero compariva ogni mattina quando lo vedevo: ma quando si decide a chiedermi qualcosa?
Poi finalmente quel giorno è arrivato: si è seduto accanto a me e ha iniziato a parlare. È così che ho scoperto che stavamo vivendo la stessa cosa: eravamo entrambi due tirocinanti che avevano da poco lasciato il loro paese di origine alla ricerca di un futuro migliore. Avevamo sei mesi di tempo per dimostrare le nostre capacità e per farci proporre un contratto a tempo indeterminato che ci permettesse di vivere da soli e senza l’aiuto dei nostri genitori. In effetti aveva la mia stessa aria: quella di un ragazzo in una città sconosciuta, spaesato e felice di scoprire cose nuove, pronto a mettersi in gioco.
Raccontavo di lui alle mie amiche e a mia cugina e speravamo sempre che il giorno dopo lui facesse un passo in più.
Dopo sei mesi, eravamo stati assunti entrambi. Quel giorno, lo ricordo, eravamo felici, più sicuri di noi stessi tanto da scambiarci finalmente i nostri nomi. Da quel giorno però non l’ho più rivisto.
E ora dopo due anni me lo ritrovo ad una gara di beneficenza. Mi guardo intorno, in continuazione, per cercare di non perderlo di vista. Torna allo stand, è insieme ad un ragazzo e ad una ragazza. I nostri occhi si incrociano e lo saluto, lui mi risponde sorpreso. Ci guardiamo e ci riguardiamo, proprio come allora, senza riuscire a dire altro.
Torna una terza volta allo stand, gli sorrido e mi ricambia. Vorrei avvicinarmi, dirgli: “Ehi come stai? Che fine hai fatto? Non prendi più il 35? Ti va un caffè un sabato, una domenica o dopo la corsa?”
Ma non posso, proprio non posso. Perché mi manca il coraggio.
Mi guarda ancora poi si allontana con l’amico e la ragazza.
I pensieri macinano in fretta: so che non voglio perdere di nuovo un’occasione (perché a me questo sembra: un’altra occasione), così appunto il mio nome e il mio numero di telefono su un adesivo e dico a mia cugina di rincorrerlo e di passarglielo. La vedo sfrecciare tra la folla. Rido: d’un tratto torno la ragazzina dei tempi dei bigliettini ed è una sensazione adrenalinica fatta di probabilità e possibilità.
Cerco di distrarmi e mi rivolgo ad un altro corridore che ora mi sta chiedendo informazioni. Dopo poco mia cugina mi raggiunge e mi fa un cenno negativo con la testa ed io le chiedo:
– Non sei riuscita a darglielo?
– Avrei voluto, – mi risponde lei, – ma non ho potuto. La ragazza lo ha baciato.
Ecco! Questa è la mia sfiga: arrivo sempre in ritardo. Forse non era la mia occasione.
Lascio che la corsa abbia inizio, mi allontano dallo stand e comincio a camminare senza una meta precisa. Sono pronta a tartassarmi:
Ma davvero devo passare la vita a rincorrere la felicità?
A ricercare il ragazzo perfetto, brillante e in carriera?
Che poi, esiste o è una creatura leggendaria?
Davvero devo passare la vita a cercare la persona giusta?
Giusta per chi?
Fino a questo momento non ho smesso di dare importanza agli altri: a cosa pensano gli altri su di me, cosa pensano possa volere io da loro.
Perché lasciare che gli altri con le loro opinioni influenzino le mie scelte?
La verità è che non ho le risposte.
La verità è che mentre mi avventuro in un viale alberato io sto pensando all’unica persona che mi fa girare la testa in questo momento della mia vita. E no, non è il ragazzo dell’autobus. È uno di quelli che ha problemi a pronunciare la parola amore, impegno, relazione e tutti i sinonimi esistenti nella grammatica italiana. Lui che proprio qualche sera fa mi ha detto: “Se fai quello che ti piace è libertà, se ti piace quello che fai è felicità.”
E allora qual è la verità?
Alcune emozioni, alcune sensazioni sono strettamente personali e solo noi possiamo sentirle, capirle, assecondarle. Per tanto tempo ho cercato la perfezione, la strada più facile per rendere felici gli altri nel sapermi realizzata, ma credo di aver bisogno di seguire ciò che mi rende veramente libera anche se non è perfetto. Per questo ho deciso di lasciarmi andare, di vivermi quello che sento. Per questo ho scritto il numero al ragazzo dell’autobus. Per questo tutte le volte mi dico: prova! Seguito da un: va bene, non fa niente.
La verità è che vorrei che il mio cuore, il mio corpo e la mia testa possano sentirsi liberi. Liberi dagli altri, da me. Da tutti “così non va” o “questo non lo puoi fare” che mi sono sentita dire e da quelli che mi ripeto ogni giorno per ammonirmi. Voglio sentirmi libera. Libera anche di sbagliare. Perché tanto prima o poi gli sbagli si capiscono e, si spera, non si cada più nella stessa tentazione.
Perché tutto quello che faccio, anche se non è perfetto, non è lineare, non è tradizionale, non è regolare, è mio.
E questo mi rende libera.
E mi sento libera quando penso proprio a quell’unico che non vuole impegnarsi. Mi sento libera quando sono con lui. Posso stargli lontana per mesi ma non con il pensiero. Posso cercare tra mille sguardi ma solo il suo mi disarma. A me basta sapere che succede solo e soltanto con lui.
Torno a casa con questa nuova consapevolezza, e in questo pomeriggio freddo mi preparo una tisana alla cannella: dolce, pungente e avvolgente come voglio che sia la mia vita.
Stasera gli scrivo.

Francesca Manzo

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