racconti

ZANZIBAR

Tutto è cominciato con quel maledettissimo film d’amore.
Non ricordo nemmeno il titolo, ma ricordo che era proprio una di quelle classiche storie in cui due si incontrano e l’universo intero decreta che loro due così lontani, diversi e ad un passo dal matrimonio con altre terze parti, sono destinati a stare insieme per tutta la loro vita. Insomma le storie dal finale banale e scontato del “vissero per sempre felici e contenti“, che mi hanno sempre fatto sorgere un unico dilemma: ma cosa accade veramente dopo la dichiarazione di amore eterno?
La mia risposta, da qualche anno a questa parte, è che dovrei smettere di guardarli.
In realtà quando vidi il film, poco più che adolescente, non ero ancora così cinica sull’amore: tutt’altro. Ci credevo e credevo che tutto potesse succedere, che tutto fosse possibile. Anche la scena in cui la protagonista, decidendo di mettere a dura prova il fato, aveva convinto se stessa e il fortunato (?!) uomo a lasciare un segno di loro due nell’ universo, sicura che il destino o chi per lui avrebbe fatto in modo di farli ritrovare. Armatasi quindi di penna gli aveva fatto scrivere nome e numero di telefono su un pezzo da 5 $ acquistando poi, con quella stessa banconota, delle caramelle dal primo venditore ambulante incontrato per le strade di Manhattan.
Solo dopo svariate vicissitudine e strane peripezie, la banconota giunse nelle mani della donna e i due poterono così ricongiungersi per non lasciarsi mai più.
Ricordo che rimasi davvero affascinata.
Mi dissi che il ragionamento non faceva una piega: i soldi avevano sempre smosso il mondo. Giravano in gran fretta e se giravi insieme a loro erano proprio loro i primi a scovarti.
Così il giorno dopo prima di andare a scuola, mi feci lasciare 5€ da mio padre e su quel pezzo di carta filigranato scrissi:

Mi recai dal giornalaio, comprai una settimana enigmistica che nel pomeriggio avrei compilato svogliatamente seduta sul gabinetto e andai dritta a scuola.
Da allora tutto proseguì come doveva, la vita semplicemente andò avanti.
I primi mesi li trascorsi ponendo una maniacale attenzione a tutte le 5 € che mi passavano per le mani e poi, senza che me ne accorgessi, quell’episodio fu archiviato negli alveari della memoria. Fino a quando il tempo, impietoso come sempre, bussò alla porta delle scelte importanti: così, una mattina di settembre di un anno, che ora fatico a ricordare, senza chiedermi se fosse giusto o quanto fosse sbagliato, salii su un treno per ritrovarmi molte ore dopo a ottocento km di distanza da casa.
Ben presto fu chiaro che se avessi voluto proseguire i miei studi avrei dovuto lavorare: pena il mio ritorno in patria e a me quell’esilio cominciava proprio a piacermi. Con tutto l’entusiasmo e il vigore della giovane donna che stavo diventando intrapresi un periodo di studio e lavoro con poca, se non del tutto assente, vita sociale.
Dopo aver battuto, senza successo, la strada dei centralini telefonici che offrivano corsi di lingue in frazioni di piccoli comuni che contavano al massimo trecento abitanti di cui duecento anziani ottantenni e la restante parte bambini di alcuni mesi, riuscii ad entrare nel fantastico e ben retribuito mondo delle baby-sitter.
Seguivo due bimbe di età diversa che si chiamavano allo stesso modo: Anna.
Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 13.30, era il turno di Anna piccola.
Annina, come la chiamavano i suoi, era una bella bimba paffuta di un anno che faceva delle gran belle dormite e delle gran belle cagate. Quelle sei ore con lei passavano che erano una meraviglia: dormiva per la maggior parte del tempo e quando non ronfava, si incantava a guardare i cartoni animati della Disney. Capitava spesso di addormentarmi sul letto insieme a lei mentre le cantavo una ninna nanna. Quando invece riuscivo a stare sveglia, tiravo fuori dalla borsa quaderno e registratore e sbobinavo le lezioni registrate da alcune mie compagne di corso o, se ero sotto esame, studiavo per prepararlo. Quando poi la mamma della piccola Anna tornava dal suo turno in ospedale, rientravo a casa anch’io, mangiavo qualcosa e alle 16.20 mi ritrovavo, nel cortile di una scuola elementare, circondata da gruppetti di mamme chiacchierone ad aspettare che la campanella suonasse e Anna grande uscisse. 
La Nina come la chiamavano i suoi, era una bimba vivacissima di 8 anni che voleva sempre inventarsi qualcosa da fare o disfare per tenersi attiva. Con lei dovevo puntualmente fingere un entusiasmo che non avevo: ogni settimana aveva qualche nuovo gioco da provare o dolci da preparare. Poi c’erano gli allenamenti del martedì e giovedì a pallavolo e il catechismo il venerdì. Insomma i pomeriggi con lei erano impegnativi e capii velocemente che continuare a trascinarmi pesanti libri (rigorosamente fotocopiati) in borsa, nella speranza di riuscire a ritagliarmi un po’ di tempo per studiare, era davvero inutile. Così quando rincasavo, dopo aver cenato con le mie due coinquiline, mi chiudevo nella mia stanza e seduta alla scrivania cercavo di concentrarmi e studiare almeno per un’ora.
Ma erano i giorni del fine settimana, sabato e domenica, ad essere interamente e completamente dedicati allo studio e che invece avrei voluto tributare allo svago. Feste, cene, uscite fino a tarda notte me le concedevo solo una volta al mese e mi sentivo comunque molto fortunata come pure continuavo a dirmi fortunata per l’assenza dell’obbligo di frequenza alle lezioni che, diversamente, non mi avrebbe permesso di lavorare e quindi di condurre la vita, seppur molto sacrificata, che avevo deciso di avere in quegli anni.
Se ripenso a quel periodo, sulle mie labbra compare un sorriso nostalgico.
Ricordo ancora che dopo la mia prima settimana di lavoro acquistai un piccolo quaderno tutto rosa e attaccai sulla copertina un’etichetta con la scritta: Quaderno delle spese. All’interno le pagine recitavano più o meno tutte uguali: in alto al centro, scritto in rosso, compariva il mese, a destra, segnato in nero, le entrate e a sinistra le uscite, voce questa, che riportava quasi sempre le stesse annotazioni:


In alcune circostanze, come il periodo natalizio o quello pasquale o il mio compleanno, compariva la colonna delle entrate extra: erano i soldi che i nonni e i parenti mi regalavano quando “scendevo giù”. Ma i mesi in cui mi sentivo veramente ricca erano giugno e dicembre: avendo vinto la borsa di studio due volte l’anno mi recavo in banca tutta tronfia e riscuotevo ben 625 €. I soldi messi da parte invece non erano mai tanti o perché nella voce varie ed eventuali subentravano le spese del biglietto del treno per rientrare in terra natia, il che succedeva regolarmente tre volte l’anno, per le feste comandate, o perché nei freddi inverni capitava molto spesso che il riscaldamento facesse aumentare la quota delle utenze.
Così, con una mano alla calcolatrice e stando attenta a qualsiasi cosa io spendessi andai avanti fino a quando un giorno di metà giugno l’università, con tutti i suoi poteri, mi conferì il titolo di dottoressa: ero finalmente diventata una biologa junior.
Non mi fermai: mi iscrissi alla magistrale.
E le cose cambiarono: Anna piccola andò all’asilo e Anna grande alle scuole medie. La prima non ebbe più bisogno di me, la seconda, ahimè, sì.
Per due anni dovetti sorbirmi lunghi pomeriggi di chiacchiere su trucchi, ragazzi, maglie, magliettine e “cosa mi metto domani a scuola che non mi abbiano già visto”. Ricordo che dovevo respirare a fondo prima di spiegare per la centocinquantesima volta il passaggio di un espressione che aveva sbagliato o cosa significasse fare la parafrasi di un testo poetico. Ad oggi posso affermare con assoluta certezza che tutta la mia pazienza si sia forgiata in quei lunghi pomeriggi con la Nina.
Dovevo però sopperire alla mancanza del guadagno che mi veniva da Annina, di nuovo la fortuna fu dalla mia parte: un mio compagno di corso mi propose di diventare cameriera per una ditta che si occupava dell’allestimento e del servizio catering di matrimoni e di altri ricevimenti. Imparai due cose: ad aprire le bottiglie di vino e quanto fosse disonesto pagare a pochissimo prezzo un lavoro  sfiancante (sotto vari punti di vista) e per niente gratificante.
Così poco dopo, su consiglio di una mia amica, mi convinsi a partecipare al bando indetto dal Servizio Civile Regionale per l’assistenza logistica e didattica di studenti disabili iscritti all’Università.
Arrivai prima su dieci candidati.
Non so bene cosa li spinse a scegliermi non avendo alcun tipo di esperienza in merito ma so che quando ricevetti la chiamata, un’ora dopo aver fatto il colloquio, ero la persona più felice del mondo. Non solo avrei ricevuto ogni mese, per un anno, 433 €, ma mi avrebbero dotata di badge per timbrare l’entrata e stimbrare l’uscita, avrei ricevuto tutta una serie di moduli per comunicare eventuali giorni di malattia (con tanto di visita da parte del medico del lavoro per constatare la veridicità della dichiarazione) e altra modulistica per le ferie, compresa quella per sostenere gli esami: era in qualche modo un primo vero lavoro.
Dopo un anno e mezzo tra studio, la Nina, i ragazzi del Servizio Civile e la borsa di studio, cominciai il tirocinio nel laboratorio del dipartimento di microbiologia dell’Università. Mi innamorai di tutti gli esseri viventi visibili al solo microscopio: i batteri.
E proprio tra stafilococchi, streptococchi, bacilli e antibiogrammi riuscii a laurearmi circa un anno dopo e ad ottenere, dopo qualche mese, un tirocinio curriculare retribuito.
Da allora fu (quasi) tutto in salita: mi offrirono, sempre nello stesso laboratorio, con un budget più consistente, altre tipologie di contratto similari. Abbagliata dal numero che vedevo sul conto corrente ogni mese non vidi (o non volli vedere) la precarietà che incombeva su di me.
Accecata dal denaro smisi di essere in apnea e cominciai a respirare concedendomi tutti quei piaceri che fino ad allora mi ero vietata: cambiai casa, mi iscrissi in palestra, comprai cataste di libri e, solo in tempo di saldi, borse, scarpe e milioni di vestitini. Iniziai ad aperitivare nel fine settimana, e a frequentare mostre e musei. Dissi più volte sì al sushi: scoprii una vera e profonda venerazione per il sushi. Conobbi un sacco di gente. Mi innamorai e non andò. Mi innamorai di nuovo e di nuovo non andò. Così cominciai a programmare viaggi.
Bologna Milano Torino Lucca Venezia Porto Venere.
Valencia Amsterdam Madrid.
Como e il suo lago.
Parigi e Dublino.
Piacenza Pienza e Pavia.
Lodi e Lugano.
Un sacco di treni e tanta paura di volare.
Non avevo però abbandonato l’abitudine di annotare tutto ciò che guadagnavo e spendevo, tanto che acquistai un nuovo Quaderno delle spese versione 2.0. Le voci erano sempre le stesse mentre i numeri un po’ più alti e comparve una nuova colonna:

Così per un paio d’anni fino a quando non mi resi effettivamente conto che di indeterminato nella mia vita c’era poco o niente: né amore né, cosa più importante, il lavoro. Di nuovo cominciai a trattenere il respiro e a chiedermi incessantemente cosa potevo fare.
Con questi pensieri che mi affliggevano una domenica pomeriggio di fine maggio mi incamminai sul lungofiume decisa a raggiungere un bistrot a pochi passi da casa: ero solita rintanarmi lì tutte le volte in cui mi sentivo sopraffatta. Portavo con me un libro o un’agenda per annotare pensieri che portassero a una qualche utile soluzione.
Salutai la titolare e ordinai un succo alla pesca. Pagai con una banconota da 10 €.
Il barista mi fece resto: 7 € e 50 centesimi.
Distrattamente vidi che mi porgeva un pezzo da 5 € logoro e con lo scotch a riparare un largo squarcio tra i lembi. La guardai con più attenzione e notai la presenza di scritte dall’inchiostro sbiadito. Lessi:

“E dopo che ti ho ritrovata cosa succede? F.

La fissai a lungo cercando di rintracciare un nesso tra me e quelle parole: non sapevo spiegare il perché e il per come ma avvertivo una sorta di legame tra me e loro.
Poi ricordai.
Ricordai quel maledettissimo film e la mia 5 €.
Non ci credevo: la banconota da 5 € che avevo desiderato tanto tornasse a me perché mi indicasse la strada da percorrere era ritornata a me dopo più di un decennio e a non so più quanti chilometri di distanza.
Non ci credevo. Ero sgomenta. Chissà quali assurdi giri aveva fatto per essere di nuovo con me.
Non ci credevo: era tornata e aveva una risposta:

“Zanzibar, N.”

Cosa significava? Chi l’aveva scritto? E quando? E poi chi era N? Un uomo o una donna?
Non sapevo se aveva senso porsi tutte quelle domande, ma decisi che il ritorno di quella banconota doveva averne necessariamente uno per me. Mi concentrai sull’unica cosa che conoscevo: Zanzibar.
Tutto quello che sapevo sullo Zanzibar era che si trovava in Tanzania: una meravigliosa meta turistica.
Cos’altro sapevo?
Non mi veniva niente in mente se non che negli anni novanta la Sperlari aveva sponsorizzato i suoi torroncini con delle brevi pubblicità in cui tre beduini accampati in pieno deserto si ingozzavano con quei deliziosi parallelepipedi di cioccolato proprio usando il nome Zanzibar.
Ricordo che i miei preferiti erano quelli al cioccolato fondente.
Nient’altro sapevo.
Scrissi: Zanzibar!
E più la leggevo e più la pronunciavo e più mi sembrava una parola magica in grado di far avverare l’impossibile e l’impensabile.
L’indomani chiamai il laboratorio e presi due settimane di ferie adducendo problemi personali, andai in banca per capire a quanto ammontassero i miei risparmi e poi mi recai in aeroporto con una valigia da venti chili. In un paio d’ore ero sul primo volo diretto a Zanzibar.
Tutto questo per un fottutissimo film.
E mentre sorvolo le dune del Sahara mi chiedo cosa mi capiterà se ho fatto bene o sono stata avventata come sempre. Come al solito non conosco la risposta. So solo che una voce in inglese sta annunciando l’atterraggio a Zanzibar.

Z-A-N-Z-I-B-A-R.

Allaccio le cinture, metto le mani in borsa e cerco in una tasca il mio totem, il mio, spero non unico, indeterminato: questa mia sdrucita banconota da 5 €.

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